Altre Voci – Cesare Pavese – Tu non sai le colline

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l'arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline

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Altre Voci- Alberto Rizzi – DERIVE SENZA Approdi

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Non nascondo che, appena aperta la raccolta di Alberto, abbia avuto un attimo di scoraggiamento, perché a occhio si presenta  come una disfatta, un disordine che sembra venire da movimenti tellurici, atti a far scivolare alcuni versi a margine.

L’occhio viene colpito dal vuoto, rimane orfano di quella densità visiva, a cui, ormai, si è abituati .

Per fortuna, chi ama la poesia non può soffermarsi all’apparenza, perché sa che anche il bianco, ha la sua valenza.

È la pausa che occorre per assimilare il dettato del verso precedente , è il silenzio che sta dentro la trama degli accadimenti umani, un silenzio che parla e ci interpella.

Dunque chiedo a voi, che vi apprestate a leggere, la perseveranza che attiene al desiderio di entrare nel cuore vivo delle cose.

Noterete, nei testi qui proposti, esperimenti linguistici che rompono regole lessicali, questo accade, perché Alberto scrive per leggere  ed essere letto ad alta voce, necessità che gli deriva più per la poesia civile che andrebbe quasi urlata, ma che trova il suo motivo anche in altre opere più pacate come  DERIVE SENZA APPRODI  “il viaggio continuo/ ci rimane vèrs’àltri luoghi/ anche nel fòndoménte/ Eppure quel ricordo/ continua nel suo andare/ l’esser comunque quipresènte.”

Nei versi citati notate come alcune parole diventino amalgama per dare alla lettura un ritmo fluido, senza inciampo, parole diverse che vivono nello stesso fiato e impattano, dense di significanza. Notare anche allitterazioni ,elisioni e troncamenti, proprio per la funzione fonica della parola scritta : “ed orizzontale a terra e cielo è la traiettoria dell’auto /con la qualepàss’accànto le cose/ col passo sicuro di chi non sa /ma sa di non sapere” 

 In derive senza approdi il poeta ha sentito il bisogno di soffermarsi sul senso del viaggio sia fisico che metafisico , un viaggio che inizia dentro sé stessi e si attesta  sul nostro andare nel mondo, col mondo , con uno sguardo necessario verso la  natura, natura che tanto insegna e che l’uomo ha degradato e offeso divenendo sempre più estraneo nel “suo insensato andare”.

Se leggendo fra i versi di Alberto  si trovano diverse soluzioni e risposte sul senso del nostro andare, parimenti ne deriva una lezione: l’uomo è esso stesso la strada su cui il viaggio si compie, così come  la natura è crocicchio di azzurri , di acque, di luce, di verdi, di forme di vita , di corse e di voli, di altezze e profondità.. 

Che dire ancora se non che ho apprezzato questa ultima raccolta per i suoi toni pacati e dolenti , per l’onesta dialettica dei versi, dialettica che non sfora gli argini per diventare vuota enfasi, ma arriva al suo punto massimo e poi torna al cuore del Fatto umano, irripetibile che è la vita e al centro  del misfatto di  vivere, i più, tra un marciapiede e l’altro, tra una porta girevole e l’altra su un rasoterra senza cielo .

Ecco alcuni testi

 

DA INTUIZIONE PER UN VIAGGIO

 

… e di contorno a questo viàggiomìo
non voglio erti pareti grigie
………. impraticabili muraglie allo scandaglio

ma verde
…………….. a picco cadente cómepiòggia
bellissimo e saggio

che disagio doni al viaggiatore scadente
………………….casuale
…………………..inperegrino
che da un ufficio all’altro
si trascina
……………………….. a casa e poi ad ufficio ancora
……… da un “A” ad un “B”
ostiando fiato senza sentimento

déntro il cupo d’un colore lastricato
………………………………….da dove un traffico lènt’àut’adipóse
lento ciabattando strada
se ne va…
infelice lui e ‘ncapace di trovar motivi
…………………al suo biascicar semàfor’ incostànti
al posto di sguardi di persone

oppur
……… per sua venuta al mondo
al suo costì esser caduto
come seme da grass’e sfatto frutto

Perché…

*

Guarda
………nota laggiù
quei petali bruciati e sparsi
……….nero e controvento
sul vèrdenuòvo di queste pie marcite

Così non credere
………………………che distrutto vada il ricordo
da te alle fiamme donato
…………………………………..non è così
come me e te e ogni altro
…………………………….mutati nella forma
il viaggio continuo ci rimane
vèrs’àltri luoghi
…………………….anche nel fòndoménte

Eppure quel ricordo continua nel suo andare
l’esser comunque quipresènte

una sagoma d’uomo in controluce
su una strada interminata
……..…………..………….sempre

 

*

Compara il tuo passo
all’orma dell’animale
………………….sconosciuto
che incroci se abbassi gli occhi al suolo

Sappi che non esistono confini
e che ciò che vive
si muove con lentezza
………………………..se si vuole rimanere anche solo nel ricordo

La traccia d’un’auto svanisce al suolo
presta nella sua velocità
………………………..prima della bava delle lumache

tutto il resto è aria
ed anima che guida il respiro
…………………….aria che entra ed esce
il binario che segna il tuo viaggio

Piove

bosco o cemento ora devi andare

una freccia che perfora il vento
…………………che resta immobile
mentre il vuoto le scorre attorno

un’anima che percorre lo spazio
in ogni dove “dove” che si faccia luogo

 

*

È il ramo che si stacca
l’essenza del tuo viaggio

la sua ombra che si sfrange sul tronco
……………mentre cade
e si confonde con lo scuro del suolo
alla fine di quel tufo

Non perché perdita
…………..quest’indistinguersi
ora anche tuo
ma come affondamento nel profondo che cerchi
e che da conscio non sai

Una decrescita felice
……………………………. questo tuo andare
e senza bisogno di coraggio

ed orizzontale a terra e cielo
è la traiettoria dell’auto
……………………..con la quale
pàss’accànto le cose
col passo sicuro di chi non sa
…………ma sa di non sapere

e scìvolanovìa
………………… quest ‘auto e il suo fare
vetro su sabbia
che da sabbia viene
e perciò sabbia pur rimane

Passo che rimane passo
e strada che rimane strada

Ecco

 

*

 

 

Non in questo giorno
Non dell’oggi è mio l’andare
…………….. perché qui resto
e ad altri lascio di continuare il viaggio
………………………il rapido passare
sopra ‘l fondale insipido di case
………………………il far scrosciare il passo
in fra cespugl’ impolveràti a nuovo
……………………. il rotolare via
frignante e malandrino
verso n’importa un dove

ignavia di gesti ripetuti tutt’ ‘o juorne”

in maleodoranza cupa di pensieri mali

Io qui rimango
……………………felice in quest’ angolo di tempo
che consumai alla
manièramìa
…………..in questo modo
rendendolo degno della vita

Io frammento di muro
…. sasso levigato
dal mio giàmólto andare
…… imperfetto futuro
ma così presente
……………………… sovr’una panca che s’è fatta ombra
e sovra cui continuo
il mio continuo andare

*

IMMOBILE, ASSOLUTAMENTE IMMOBILE

Alle volte
…………..il segno d’inchiostro sopra il foglio
vale più del passo impresso
sul fango del sentiero amico
……………..del rigo di pneumatico
sull’asfalto bagnato e foriero di paure

dalla finestra
l’inclinata ineguale dei tetti
………………………più in basso
ogni scalfittura compressa di degrado
come ruga di verde
…………………………testimone
del vento

che
…… a modo suo
per tutti prega

Io apro le miei mani alla pioggia

afferro e guardo

*

È l’osare un passo nel vuoto

che mi sceglie il tragitto stanotte

nel confondersi di curve e strapiombi

ponti e paludi

alberi

costoro pronti a voltarsi indietro

al mio solo andare

 

è la neve che uniforma il tempo

l’andàrvenìr dei miei pensieri

sull’attonito suo manto

che equilibra i vuoti e i pieni

a render sicuro il cammino

delle idee come delle scarpe

senza che io conosca

meta, direzione, scopi del cuore

 

—-

E nel deserto di persone

macchiato da luce che sbarbaglia fiocchi

da lampione a lampione

incontro mulinello impalpabile di te

quasi ti potessi parlare

ora

che inutile è ripetere

ciò che invano ti dissi

in quel quando ormai lontano

 

“Copriti, col freddo che fa.”

 

Senza sapere

che il freddo era ben altrove

era fin fatto sangue

per te

nell’inchiodo del tuo stesso destino

nell’attimo da te prescelto

 

Tu inguardabile e infinita

come una cattedrale in fiamme

che m’approdi imprevista alla mente

 

albertorizzi

Nato nel 1956 ad Arco di Trento, architetto, Alberto Rizzi inizia ad operare nella seconda metà degli Anni 70 nella pittura astratta, prima, ed allargando poi i suoi interessi ad altri campi dell’arte visiva e della scrittura. Abita a Lendinara (RO), e per campare insegna Storia dell’Arte in un Comune della stessa Provincia.

È nel corso dei primi Anni 80 che si avvicina alla poesia, ma solo dal 1991, grazie ai canali apertisi con l’Arte Postale, entra in contatto prima con fanzines e poi con riviste disposte ad ospitare i suoi lavori: inizia così un lungo periodo di testimonianza poetica che trova spazio anche in letture, presentazioni, ecc.. Quando l’autore si rende conto che con la scrittura riesce a raggiungere un pubblico maggiore con minor dispendio di mezzi, tempo ed energie rispetto all’arte visiva, nel giro di alcuni anni (alla fine dei Novanta) si ritira da quella, per dedicarsi quasi del tutto alla poesia.

Oltre alle più che 20 raccolte realizzate (e perlopiù autopubblicate), durante il periodo che va dall’89 al ’93 è significativo il suo apporto ad una fanzine di poesia, poesia visiva e performances, che gli permette di acquisire buona parte dei contatti anzidetti:“The Mouth”(questo il titolo del periodico), fondata e curata assieme al Mail Artista adriese Alessandro Ceccotto, vedrà l’uscita di 12 numeri; e la partecipazione in essi di circa 120 artisti da ogni parte del globo: alcuni di loro (come Amaro, Deisler, Fiorentino, Maggi, Padin) di fama internazionale.

 

Qui http://www.independentpoetry.org/2018/06/03/poetry-alberto-rizzi/http://www.independentpoetry.org/2018/06/03/poetry-alberto-rizzi/

Altre Voci – Mauro Macario – Cantico della resa mortale

IMG_20200331_140510Non me ne voglia Mauro Macario, se racconto che sono pervenuta a questa raccolta con tanto di dedica, grazie a mio figlio che la scorse su una  bancarella di libri usati .

Che sia un uso e getta ,quello dei libri di poesia, è davvero un peccato perché la poesia andrebbe letta, riletta in più , forse infinite, riprese.

Ringrazio, quindi, i signori Mario e Myria che hanno mutuato la conoscenza a livello amicale e di scrittura con Mauro. Evidentemente non tutto si perde e non tutti i mali vengono per nuocere se, ora, la stessa, uscita vent’anni fa  è fra le mie mani. Peggio sarebbe stato, se fosse finito al macero e Mauro non merita certo questo trattamento.

 

Io la tengo come cimelio.

Passo a presentarla

È ormai noto il fatto che Mauro Macario sia approdato alla poesia in età matura, dopo diverse esperienze artistiche nel cinema, teatro e televisione.

Quale sia stato il movente che lo portò, ultra quarantenne, a consegnare parole alla poesia, non è dato saperlo, sicuramente il discorso poetico deriva da un percorso di vita che ha assimilato e riconvertito nella parola, una parola necessaria, capace di gridare il cambiamento e l’alienazione dentro lo stesso cambiamento, una parola dissacrante, capace di sovvertire schemi e smascherare secoli di indottrinamento, di intercettare congreghe di “cormorani azzurri” sotto cieli radioattivi, scovare “foche cieche” interrate nelle risaie in ricordo dell’acqua” per dire il dissesto.

Cantico della resa mortale viene dopo il poemetto “le ali della Jena” e la raccolta “Crimini naturali” due raccolte che si attestano su un registro atonale, più un grido di rabbia suscitato dai sistema politico – sociale e non ultimo quello clericale. 

Chi si appresta a leggere il Cantico della resa mortale, sappia che non di un Cantico si tratta, non di una sorta di laude in senso francescano, perché qui l’uomo ha perso la sua innocenza, non si accontenta del giusto per vivere, ma chiede il troppo per sopravvivere ai suoi falsi bisogni, qui l’uomo ha dissacrato la morte nell’illusione di redimere la carne, ha profanato l’amore, ha barattato la fraternità con la fratellanza, ha riscritto il catechismo aggiungendo l’undicesimo comandamento “il mio feticcio è più bello del tuo” ; sappiamo tutti a cosa porti questa pretesa. 

Certamente che con l’avanzare dell’età si diventa  più pacati, ma è una pacatezza dolorosa e lucida, quella di Mauro, una pacatezza che ancora reclama ciò che per negligenza è andato perso o non si è riconosciuto, che a volerlo riassumere è l’umanità su cui è prevalsa la Jena, perfino lei, in ultimo, arresa in “avvitamenti mortali /al suolo /poi fece a pezzi il suo linguaggio /ruotó lo sguardo in predatore totale /e disfandosi delle ali per sempre /si mosse verso gli animali /proprio Jena finalmente. (da Le ali della lena).

Ecco : la resa mortale è quasi un senso di impotenza di fronte alle cose del mondo, ma è anche un voler attestare valori e sentimenti quale l’amore  ” tu sola/ hai diritto/ di trovarmi rifugio /molto più a, sud /dell’eternità inventata…” scegli un angolo ombroso /dove tu possa con i gatti /sdraiarti nell’ora magica dell’estate… “da La collina del Belvedere” 

gli affetti :  “Di te che a volte /divoro l’assenza / nella carestia del presente /dimmi se ho tradito / la tenerezza rimpianta / il pudore esitante… (da Notte Alta dedicata al padre) 

l’amicizia : Léo Léo /per altri diecimila anni /ti cercherò con la mano sinistra /tra gli uliveti notturni /sempre dopo mezzanotte /quando l’anelito genera l’avvenimento /per intolleranza d’assenza /i latrati di Arkel e Misère (da Salmo 152  a Léo Ferrè /che scrisse il salmo 151 /dedico il successivo /dove la numerazione dell’anima si ferma)

Alcuni testi

 

LA COLLINA DEL BELVEDERE


nel giardino delle delizie
dammi sepoltura clandestina
nascondendomi così
ai garages pubblici dei morti
dove la folla silenziata
mi è pur sempre estranea
come lo Stato
che ancora più della morte
a te mi sottrae

dichiarami scomparso
sui verbali del nulla
fingendoti donna tradita
e parla male di me
affinché i paggi neri
portino altrove
la deferenza di servizio
per quel sequestro di persona
ordito da un mandante intoccabile

dì loro che qui
è riserva indiana
e Santa Romana Chiesa
non entra
col suo turibolo di cancri odorosi
e la certezza che l’utopia inapparsa
debba spalancare le porte
alla lugubre processione
di impiegati mistici
venuti a umiliarmi
con la loro assoluzione
non affidare le mie spoglie
a questa gente di
Transilvania
che s’appropria delle salme
per sostenere l’Opus Dei
con un macabro still-life
se c’è un Dio
è la tua mano al crepuscolo
che carezza la mia terra
come nudo fosse il corpo
e ancora tutto in fiore

tu sola
hai diritto
di trovarmi rifugio
molto più a sud
dell’eternità inventata
in onore alle etnìe selvagge
che non sbattono su un carro
i bei resti dei tempi andati
trafugarmi è sacro
se per reciproca appartenenza
legittimiamo i luoghi
del nostro immaginario
da qui al muro di cinta
scegli un angolo ombroso
dove tu possa con i gatti
sdraiarti nell’ora magica d’estate
e cura la vendemmia del glicine
lasciando filtrare nell’erba
quei rivoli viola
che mi travasano a volte
un’illusione di cielo

è bello immaginarti
in cucina verso sera
nel tuo scialle
infreddolita
lottare alla finestra
pensandomi immenso
nel mio sottomare
da non più trovarmi
neanche con le unghie
amore che non si dice
in poesia
per timore di scomunica
qui davanti al belvedere
te lo dico senza stile
e depongo anche il verso
come ora io vivessi
la vita dall’inizio

verrà un tempo
da leggenda popolare
diranno sottovoce
è la donna della casa sommersa
e quando le sterpaglie
saliranno alle finestre
leggerai nell’abbandono
la rinascita all’assenza
tu spogliati
vecchia e bellissima
e avanza in quelle onde
verso l’angolo ombroso
non temere di sparire
dentro la serra fantastica
sirena e squalo
torneranno liberi
nell’alta marea

 

*

 

NOTTE ALTA (a mio padre)

Di te che a volte
divoro l’assenza
nella carestia del presente
dimmi se ho tradito
la tenerezza rimpianta
e il pudore esitante
tra carezze e silenzi
o se la memoria sovrapposta
dalla proprietà collettiva
ha contaminato la mia
fragile agli schianti
dell’identità mortificata

eppure per vie traverse
risali di continuo
ascensore di voragine
su richiami evocatrici
ma in rari sogni sei apparso
andando via di fretta
quasi senza ritrovarmi
io che ero lì
in onirica trasferta
perso in abbandono
con la bussola dei morti
che depista i cercatori
ai bordi del risveglio

*

MEMORIE AUTARCHICHE 

 

Le gonne larghe ai balconi
e il naso all’insù
adolescente esaltato
alla nera eclisse
che svanendo mi accecava
d’intravisti biancori
piccole vele rigonfie
sospinte da impulsi contratti
in quel cielo di sotto
che non ha Trinità
perché l’occhio di un terzo
è sempre indiscreto
a lungo inspiravo
un sentore immaginato
di pitosforo marino
e alga salata
fin quando mi veniva sete
alle mani sudate
cucciolo brado in terra di Onan
brucavo gli aspri germogli
di arborescenze corporee
spogliate in collina
fibrillando allo spasimo
su dossi implumi
a improvvisa discesa
infossata roteare in dispnea
sollevato dal suolo
risucchiato nelle forme
da allora adorando
la Sindone dello spacco
umido al centro
apparso ai miei occhi
come buona novella
da portare nel mondo
perché tutti i sensi
e anche i controsensi
confluissero là
in continua rinascita
muschiosa
dove le labbra s’incontrano
entrambe dischiuse
alla conoscenza del lambire
suggendo premute
l’argine naturale
alla morte dell’essere

 

*

Il CAPPELLAIO MATTO

Così ti sogno
corpo privato
e corpo pubblico
per essere io
in molti ad amarti
amando te sola
di un lungo estenuante
languore morfinico
guardandoti
guardata
negli specchi liquidi
dei miei impazzamenti
al di là del possesso trasversale
ed è per amore che profano
la sacra ghiandola monogama
moltiplicando il tuo corpo
in tante eucarestie

*
I SENSI SPIATI

Nella stanza di Framura
controfigura del cielo
controfigura della terra
il tuo corpo
per ligure incantesimo
mi germoglia tra le mani
in seconda adolescenza
mentre piove nel sole
e Bathus
occhieggia dalla porta

*

Il CAPPELLANO MILITARE

Gemelli per gotica osmosi
tra granate e olio santo
uno uccide
l’altro assolve

*
IDENTIKIT DEL MESSIA

Cristo si è fermato a Eboli
Rimbaud è andato fino ad Harar
inventando un’equazione
all’inverno
-sottrai il genio
alla comunità svilente
e avrai la moltiplicazione
dell’immaginario sfrenato
alla radice della gamba
divisa dal corpo –
La differenza è tra il primo
redento nel cielo
e il secondo tra gli uomini
di cattiva volontà
che scelgono l’apocrifo
e ne fanno delirante vangelo

*
DIARIO AUTISTICO

I

Militante dell’emozione ideologica
o di un suo languore decadente
bonifico il pozzo senza luna
dei miti virali
disertando eserciti
per ogni giorno della settimana
sono forse io quello che avanza
da una prospettiva futura
in marcia forzata verso il passato
reduce affranto di maratone oniriche
con una teglia sulla testa
e un sentimento d’inganno dentro
vecchia crosta geologica
che il sogno dispeptico
eruttando squarcia
per far sì che da un vulcano
spento
nasca o muoia
un misantropo della domenica
in torre d’avorio
racchiuso a disgusto
nel festeggiare
il millesimo compleanno
causa profezie inadempienti

e più del potere
è l’umanità autistica
il feredo garrota
sull’utopia frenata
un plebiscito impopolare
mi relega in esilio.

perché io sono io leader
del bel sogno diroccato
nelle strade c’è chi lava
il proprio sangue
per mostrarsi in salute
alla famiglia italica
e ai suoi ganci ombelicali
da innalzare a capestro
nel parco giochi
del condominio

umanità da girello
che per difetto di nascita
scarseggia
in cromosomi d’annata
e testicoli di Carrara
screditando
gli eroi sinistrati
dalla sindrome del Golgota
così fastidiosi
nei loro appelli
all’inesistente possibile
che è meglio disfarsene
e cullare i carnefici.

*

II

Vorrei essere la memoria indiana
di una tribù che ha vissuto
cercandosi
e ha sognato la vendetta
con troppo amore
per farsi sorprendere
disarmata nel sonno
morendo ogni volta
alla fine del secolo
per tutti gli altri
caduti prima

*
IX

Figlio dell’immaginario collettivo
e mai padre di me stesso
se non quando orfano del vero
ho lasciato il mio gemello
come il serpente fa con la pelle
adesso anch’io mi chiamo Nessuno
e ne ho uccisi di mostri
con un occhio solo
andando sottovento agli altri
per tamponare
emorragie di placenta nel cuore
e abortire un angelo anticarro
nel lancio suicida
sugli specchi deformanti
che schizzati in frantumi
rivelano a nudo
le facce immutate
degli elfi quotidiani.

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Biografia

Mauro Macario è nato a Santa Margherita ligure nel 1947. È poeta, scrittore, regista. Dopo aver frequentato negli anni Sessanta la Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, debutta nel 1973 nella regia cinematografica, poi passando a quella teatrale e a quella televisiva per Rai Uno, Rai Due, Canale 5. Nel decennio ’70-80 scrive testi teatrali curandone anche la messinscena.
Nel 1990, passa alla scrittura.
Ha pubblicato sette volumi di poesia: “Le ali della jena” (pref. di Leo Ferré, Lubrina, 1990), “Crimini naturali” (pref. di L. Klobas Book,1992), “Cantico della resa mortale” (pref. di G. Pederiali, Book, 1994), “Il destino di essere altrove” (pref. di F. De Nicola, Campanotto, 2003), “Silenzio a occidente” (pref. di F. De Nicola, Liberodiscrivere, 2007), “La Screanza”, (edizioni Liberodiscrivere, che ha vinto il Premio Eugenio Montale Fuori di Casa 2012) e “Metà di niente” (Puntoacapo editrice, 2014) che ha vinto il Premio Lerici Pea nel 2015. Ha pubblicato in Francia un’antologia “LA DEBACLE DES BONNES INTENTIONS” (La rumeur libre, éditions, 2016).
Nel 2017 viene pubblicata l’opera omnia LE TRAME DEL DISINCANTO (puntoacapo editrice, 2017).
Ha scritto la biografia ufficiale del padre “Macario un comico caduto dalla luna” (Baldini& Castoldi, 1998), un secondo libro di carattere privato “Macario mio padre” (Campanotto, 2008), e curato un album fotografico “Album di Macario” (Priuli & Verlucca, 1981).
Nel 2004 esce il suo primo romanzo “Ballerina di fila” (Aliberti editore) dove è rievocato il mondo perduto della grande rivista italiana .
Suoi sono i testi del libro fotografico “Fabrizio De André in volo per il mondo” di R. Kohl (Mori editore, 2001), e quello di Giuseppe Gilardi “La danza immobile” (Liberodiscrivere, 2008). E’ presente nei volumi collettivi: “Volammo davvero” su Fabrizio De André, ( Bur, 2007) e “Il mio posto nel mondo” su Luigi Tenco (Bur, 2007).
E’ curatore di tre antologie: due sulle opere di Leo Ferré: “Il cantore dell’immaginario” (Eleuthera, 1994), e “L’Arte della rivolta” (Selene, 2003), e la terza sulle poesie di R. Mannerini “Un poeta cieco di rabbia” (Liberodiscrivere, 2004).
Ha curato la raccolta poetica “Il respiro più alto dell’acqua”di Rita Serando (Liberodiscrivere, 2008). Un suo saggio “La poesia in musica” compare all’interno dell’opera omnia di R. Mannerini “ Il Sogno e l’avventura” (edizioni Liberodiscrivere, 2009) a cura di Francesco De Nicola.
È presente come poeta nelle antologie: Tre generazioni di poeti italiani” di F. De Nicola e G. Manacorda (Caramanica, 2005), “Altramarea” di A. Tonelli (Campanotto, 2006),
“La poésie ligurienne du XXéme siécle” di F. De Nicola (Poésie – rencontres 1999 Lyon), “I limoni” di F. De Nicola e G. Manacorda (Caramanica, 1999), “Dizionario degli scrittori liguri” di F. Pastorino e M. Venturi, coordinato da F. De Nicola (De Ferrari editore, 2007), “Il novecento letterario italiano” di F. De Nicola ( De Ferrari, 2009), “Il mondo attraverso un verso?” di Giovanni Occhipinti (Rubbettino, 2010), “Forme concrete delle poesia contemporanea” di Sandro Montalto (Jocker editrice, 2008).
Nel 1989 scopre tracce di Rimbaud a Milano; i risultati di tale ricerca vengono riportati nel libro“Album Arthur Rimbaud” di E. Romano (Einaudi-Gallimard –Biblioteca della Pléiade) e in Francia, da Gallimard, per conto dello studioso Alain Borer.
Ha pubblicato poesie, profili, e saggi sulle seguenti riviste: “A” rivista anarchica, “Poesia”, “Libertaria”, “Volontà”, “Trasmigrazioni”, “La Danza”, “Bell’Italia”, “Prima Fila”.

ALTRE VOCI – EZIO FALCOMER -DALLA RACCOLTA ROTTAMI D’ORO-ALCUNI TESTI

Rottami d’oro le nostre vite” è un verso di una poesia della raccolta, Onda di cantico.
Rottami nella vita di un uomo e di una donna. Rottami che diventano materiale per la rinascita del senso del vivere, talismani terapeutici.
Rottami nella storia collettiva, nell’immaginario della tradizione e della letteratura, del mito;
oggetti e archetipi riesumati nel gioco della scrittura.
La parola
come rottame – d’oro, quando si fa ludus, metafora, espressione
di piacere, dolore, indagine.
(Ezio Falcomer)

 

Parto dalla nota dello stesso autore per dare valore a quell’osimoro “rottami d’oro”, perché in una società in cui tutto è materia di rottamazione, anche i sentimenti, svenduti al macero per improbabili sconti di sofferenza, qualificare un rottame, guardarlo con gli occhi della luccicanza, è operazione considerevole, capace di stravolgere piani umani e affettivi, smerigliare l’opacità di consuetudini per  riscoprirsi nuovi, disposti a scommettere ogni giorno, a mettere in campo energie positive ed anche una certa lucida follia. Ezio, secondo me, vive tutto questo come punto di partenza e mai di arrivo. È proprio nel suo DNA scomporre la realtà è quindi anche la scrittura e farne una nuova, stravolgere le aspettative, anche dentro i rapporti interpersonali, in particolare l’amore ; lo attestano i versi dedicati alla sua donna, versi in cui carne e anima, possesso e alterità non si escludono a vicenda, ma si compattano nel sentimento d’amore.
Io decido, qui, di portare alcuni testi, per dirla come l’autore : Rottami collettivi, perché, in un momento storico e sociale, come quello che stiamo vivendo, la poesia civile, ritengo sia necessaria. Proviamo a leggere questi testi, così come li porge Ezio Falcomer, con la giusta rabbiosa distanza di chi guarda un mondo alla deriva e cerca di salvare ciò che più conta per restare umano fra i tanti disumani che danno più valore alla “cosità” che al cuore delle cose, che hanno “fretta di diventare cenere
senza il teatro dell’agonia” Dimenticando che la vita è una tragedia e va vissuta in tutta la sua tragica bellezza, così come la vivevano i greci. Buona lettura. A Ezio va il mio grazie, per la fiducia accordata nel mettere a  dispozione i suoi testi. 

INSOLVENZA

Canto la croce senza messia
i corpi squartati
per incutere terrore
e risparmiare in burocratica polizia
enumero la follia
del desiderio senza limen
il senso è quel che nasce
dall’andar con la caracca
per oceani mostruosi
con umanesimo e salnitro
con il silenzio assenzio
di un dio squagliatosi
per astenia diacronica
anale flatulenza
d’insolvenza occidentale
quando i mercati elidono
l’idillio pastorale.

*

OBLIQUO È IL TEMPO

Obliquo è il tempo e le sue feci
saturnino un convolvolo di braci
si insinua in demoniaca radura
è la cura di messi e di cadaveri
di feti appesi a orrore
e lordura della massa
conquistammo la salmastra città
concutemmo innocenti
con terrore e promesse
grande è la libido del potere
che dal nulla sorge
e alla morte si sottragge
bruco sarcofago
è la luce che affronta la follia
è la cimice che esorcizza ogni lobotomia
cadenzati i giorni compulsano liquami
e ogni goccia è articolo
di fede
ai nani che sopravvivono
al nulla
spavalda rabbia
ai campi di loto avvita esplode ai tramonti
della savana insanguinata.

*

SONO STUPITO

Sono stupito dalla potenza del male e del dolore,
dallo svanire di un ricordo, di un amore,
dal perdersi delle foglie
in un viale d’autunno,
dal morire di un dio, dal desiderio del mio io
di spegnersi senza far rumore
quando più atroce è la fitta al cuore,
quando più è assurdo il puro esistere
e la sua sola sensazione.

Sono stupito dal mio potere di ferire,
di far svanire l’illusione,
di uccidere con le parole,
di arrecare morte
e distruzione
con l’immaginazione,
di conficcare il gladio
al cuore
e aspettare l’ultimo respiro
del nemico agonizzante.

Sono allibito dall’ acume delle dissonanze
che la mia anima percepisce,
nel labirinto infernale degli specchi
che rimandano se stessi
e il nulla,
dalla mia lenta autodistruzione vivente,
dalle foreste di simboli
che perdono significazione,
dalla pura cosità,
dall’attesa che il cuore esploda,
dalla fretta di diventare cenere
senza il teatro dell’agonia, dall’impazienza di spegnere la macchina che tortura,
che un demonio ha chiamato vita, con un burocratico interruttore.

Sono annientato dal mio potere di annientarti , amore,
in rutilante follia d’affabulazione,
farti scappare via con la luce nera che risplende
nelle mie orbite vuote,
quando la bestia urla
la bestia che porta dentro
e attacca altrui per spegnere il bruciore
del veleno che ha bevuto, vivendo
minuto per minuto.

NECROMALIA DAGLI ARTIGLI DI NEBBIA

Necromalia dagli artigli di nebbia
mangia viscere lenta,
non esserci e sentirsi piombo,
incesto con sorella nera,
male atroce del sentirsi esistere,
come un subire
Satana incubus che ti possiede
succubus, ti asfissia.

E la mattina è un urlo di silenzio
verso un’aria densa di stupido pulito.

Perché resistere
al bacio dell’immobilità?
L’agire stringe il cappio,
l’attesa è in un tempo senza futuro.

Oh schiacciare quel pulsante e spegnersi:
la coscienza che si sfalda in mille atomi centrifughi verso l’ignoto
e misericordioso nulla.

*

AVALOKITESVARA

La carezza della medusa
scavalca i secoli.

Dolcissima lava che rasenta l’apollineo e lo infetta.

Ai margini della città della luce.

Epifania dello scandalo.

Eufemismi ed ospedali hanno recluso l’ inaudito;
non è dicibile,
non è rispettabile
il grado zero,
l’esposizione alla notte.

Solo nella penombra
canta la cacofonia
delle mille endiadi,
delle tetre creme di bellezza di Persefone
la cerea regina degli inferi.

I brani della carne di Dioniso
lasciati ai lupi
e ai cianobatteri.

In questa tundra
di rimasugli di ossa scarnificate,
testi poetici dei mangiatori di morte,
ci si sente pronti al balzo evolutivo,
rifiuti del presente,
adatti al cambiamento catastrofico,
ell’ èskaton della specie.

Professionisti degli interstizi
e fratelli delle blatte notturne.

Trasfigurazione
in desolante kènosis.

Avalokitesvara,
che rinunci all’estinzione,
per ascoltare il dolore
del mondo,
non te l’aspettavi quest’abbondanza
di catrame,
di liquame fuoriuscito
dalla koinè senza tramonto,
dal gracidio ecumenico
che occulta il Silenzio.

*

WEB POETRY

Ma mia mamma mi avrà letto?
Che diranno di me quando vango questi pixel
di tossine e psoriasi occipitali;
quando strambo esondo
in catafratti
guaiti silenziosi
a saturare il mondo
già scazzato dal bisbiglio
da stadio;
già rotto ad avventure,
a sventure, a frangi cuori
da poltrona, da cadrega,
da aipòd, aipàd, uatsàpp, aitiùn…, bitùm?

Quanti poeti siamo
in relazione al prodotto interno lordo,
quanto pesiamo
sull’economia reale e quella della Grazia,
sull’equilibrio cosmico
e sull’attuale
deriva delle galassie?

Boh!

Un fremito, un brivido,
forse anche un rutto
psicosomatico
il cor m’assale,
come una strizza da premiazione al Quirinale.

La fantasia o l’ ars?
Le emozioni o la filologia?
Sperimentazione o archeopoesia?
Baci Perugina o ermetiche flatulenze pizie?

Boh!

Ma sì,
sventriamo questo Silenzio
da ambulatorio di medico di famiglia,
da obitorio.
Ruggiscano i pneumatici della scrittura
in una Convoy, come in un road movie;
in litanie prealcova e postalcova e sine alcova.
Disperdiamo sulla Moscova i nostri versi, da generosi,
prima che una Beresina finale
non venga a romperci
le uova.

*

RUDRA

A quale Tu arrivare?
Le vie del cuore a volte sono difficili.
Il mio cuore è freddo e malato.

La mia anima di un blu cobalto con strie di nero.

Hanno paura della noia, gli Altri.

Noia affogando nella mia gelatina narcotica,
vita catatonica, priva
di emozioni.

Una luce, una luce per accendere la noia del mondo
con l’intelligenza, la crudeltà;
a volte non bastano le viscere e il cuore,
ci vuole l’esprit,
saper gettare gli shangai,
tirare la tovaglia e spargere le briciole con sapienza caotica,
un gesto criminale,
un gesto marziale, maiale.

Arciere malinconico e freddo,
non ha forza per tirare la freccia che uccide, che seduce, che incanta.

La freccia delle notti buone, delle curve pigliate bene,
l’olezzo del mercato
di spezie nella sera di Assuan.

Fare anima con colpi di rivoltella, sassi nello stagno,
cortocircuiti fra antichi codici miniati e frammenti di murales.

Sgretolare le attese per consentire l’incontro col Sacro,
con l’orribile dio che danza.

Con Rudra urlante e sputtanato,
coperto di cenere,
asceta e falloforo,
che corre sui cadaveri
e narra la morte e il tempo.

*

CADO… CASUM

Dal Bene al Male
e viceversa?
Lo stesso celestiale intendimento
ma nella forma centripeta
o retroversa.

Come a Guadalcanal
un colpo di coltello
in più o in meno
poté rovesciare la Storia
in base all’azione
e alla sua grazia.

La differenza
Sta nel delicato alito,
o straziante,
di un Fortunale.

*

FILOSOFRIC E SPÈRIMANTEL

Un canto tra l’apofatico e l’apolgetico.

Antropofago ed epidittico.

Sesquipedale e sesquimotore.

Che segua l’andazzo ma che peschi nel mazzo.

Una via di mezzo tra l’antico e il moderno.

Un flesciato neoclassico aperto al borrominiano
e al palladiano.

Ma che risenta anche del masaccio e del mantegna,
tanto che frigna a casaccio sulla fregna.

Che dire,
un canto risolutivo,
post mortem, eutanasico e palingenetico.

Al vetriolo, al bromuro, al cianuro
mescolati in un bugliolo.

Opus Magnum e Beretta.
Come dire…
un nuovo Bagno
per un navigato pigafetta.

 

 

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

 

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Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel1962, vive a Torino.

Lavora come insegnante bibliote-cario.
Ha un’esperienza di attore di prosa professionista,
dapprima presso Il Teatro delle Dieci col regista Mas-simo Scaglione e con collaborazioni in Rai (1980-81),
per poi lavorare presso varie compagnie e gruppi; ha partecipato a rappresentazioni e letture pubbliche di testi; produce book trailer, audio e videoletture.

Dottore di Ricerca in Italianistica, ha pubblicato Carlo Vidua. Un giovane letterato subalpino in età napoleo-nica, (Alessandria, Dall’Orso, 1991) e altri lavori di critica letteraria su Camillo Sbarbaro, Eugenio Monta-le, Giacomo Leopardi, Carlo Goldoni, Voltaire, Piero Gobetti, Ippolito Pindemonte.

Nel 2008 ha pubblicato un volume di versi sotto lo pseudonimo di Isidhermes Siviglia, Brezze di brace
(Castellana Grotte (BA), CSA Editrice).

Nel febbraio del 2010 ho ottenuto il primo posto nella sezione “Silloge” del Premio internazionale di poesia
“Città di Torvaianica” 2009 (poesie pubblicate nell’Antologia della manifestazione dalle Edizioni
Stravagario di Irene Sparagna).

Nell’aprile del 2010, l’editore Nerosubianco di Cuneo
ha pubblicato Vorrei vincere il nobel per la Fisica come Frank Einstein. Post comici, demenziali, ludicomania-cali.

Sempre nello stesso anno è uscita la raccolta poe-tica La vita picara, presso l’editore Narrativaepoesia diLanuvio (RM).

Nel 2009 ha partecipato a due spettacoli del regista torinese Alan Mauto Vai.
Coamministra e produce testi e audio/videoletture per
“Accademia dei Sensi”, associazione, sito culturale e multimediale e Compagnia di Teatro Web.
Partecipa alle attività dell’associazione culturale Rosso
Venexiano, selezionando e audioleggendo testi degli autori del sito.

Col regista e scrittore Leonardo Franchini ha prodotto
l’audiolibro integrale Sonata a Kreutzer, di Lev Tol-
stoij.

Nel luglio 2010 il suo Diario del Che in Sicilia, è stato letto all’interno della manifestazione “Decameron Pop”, a Milano.

Collabora col Centro Cultural Tina Modotti, di Cara-cas, e col suo principale animatore, Antonio Nazzaro, insegnante e mediatore di cultura italiana, critico e produttore di videoteatro didattico, con cui produce vari Vision Book su You Tube (account: cctinamodotti),
audio e videoletture sia in italiano che in spagnolo.

Tali produzioni sono apparse in varie manifestazioni di arte e videoarte a Roma, Milano, Napoli, Barcellona,
Caracas, Montevideo, Buenos Aires, fra il 2009 e il 2012.

 

https://www.facebook.com/ezio.falcomer

 

Altre Voci- MAURO MACARIO – METÀ DI NIENTE

 

Ringrazio Mauro per avermi fatto dono di tre sue raccolte poetiche, tra cui “Metà di niente” che mi appresto a presentarvi.

 

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la raccolta poetica ” Metà di niente, edita da puntoacapo con la prefazione di Francesco De Nicola, contiene 29 poesie, i cui temi sono il mondo perduto con tutti i sogni e le speranze, la perdita di identità di un popolo “…ci siete riusciti/ ce l’avete fatta/ invece di cambiare le cose/ avete cambiato le persone. (da Lettera al Presidente) l’omologazione e lo svilimento dell’arte “Miserère mei /per l’arte svilita dal libero accesso in massa /dove chiunque è legittimato a equivalersi” (da La lampada di Aladino) il sopravvento della tecnica sul sentimento e la commozione ” Signor commissario lo confesso… le lacrime le ho asciugate in fretta /chi le ha viste non ha avuto il tempo di contagiarsi…. /è stato un attimo di debolezza….. che l’unione europea apra una procedura /d’infrazione sentimentale ” (da Terzo grado) 

Il poeta non usa toni nostalgici e lamentevoli, ma indignati, sarcastici, a tratti rabbiosi, mentre punta il dito, ammonisce chi persevera nel distruggere sogni e speranze, nel cancellare con un colpo di spugna la storia, privandoci dei Maestri. “auspico i lavori forzati a chi annulla la storia madre /con un colpo di spugna /fino a quando il totale oblio dei maestri /scaverà la fossa ai loro becchini ( da La lampada di Aladino) E ancora ” …. solo chi scrive “verrà la morte e avrà i tuoi occhi” porta un paese sulla vetta del mondo /e ha diritto d’asilo tra quelle tombe /non la vostra sbiadita mediocrità /senza memoria futura ” (da Lettera al Presidente).

A proposito di sottrazioni dei sogni
” l’alta Corte dell ‘Aia può chiudere i battenti, perché lascia impunito il più efferato crimine /contro l’ umanità /la sottrazione del sogno.
Parole sferzanti, queste di Macario, che non lasciano scampo.
Non mancano, però, in questa raccolta, tratti elegiaci ed intimamente sentimentali “…. perché sei la meta ambita di ogni gesto mancato / tutte le mattine mi presento alla partenza /per sapere la mia destinazione /ma i cancelli sono chiusi / solo le tue braccia si aprano al volo. (da Business class)

E ancora, in una dedica accorata alla madre “….Madre mia/non dirmi amore / con voce spezzata di lupa morente / è un colpo al cuore che stasera non reggo /e tutta la vita mi torna davanti / i tuoi nervi elettrici che mi folgoravano / fino a perdere i sensi” (da Residenza per anziani)

C’è da chiedersi, quale sia l’ancora, la darsena per nuovi approdi. Mauro Macario lo suggerisce : sono la memoria, gli affetti, l’amore durevole, la poesia, in attesa della ” risacca del Tao” che ci ricongiungerà al RESPIRO cosmico per non morire mai davvero. “… ci spegneremo in silenzio/nel grembo cosmico/della madre universale/ pura energia in un  ‘eco remota / senza nome né fine”

( da mondi perduti) 

 

Ecco alcuni testi della raccolta. Buona lettura. Sono certa che non rimarrete delusi. Chi volesse ordinare i libri di Mauro Macario, può farlo sul sito, alla pagina degli acquisti wwwpuntoacapo-editrice.com, oppure scrivere a acquisti@puntoacapo-editrice.com.

A Mauro va il mio grazie per l’amicizia destinata a durare e crescere in reciproco affetto e stima.

Anna

 

VISITE GUIDATE

No, non sono i miei versi che vorrei lasciarti
ma la fondazione degli incanti svaniti
un ente a scopo benefico
per allertare i giovani romantici
sui rischi mortali di questa inclinazione
comincia per indole e finisce in malattia
tra questi due poli passano guarigioni e ricadute
finché la vista interiore ormai compromessa
giocherà brutti scherzi
come avere miraggi in mezzo al traffico
o al bar in ufficio a casa di amici
in tutte le stagioni con ogni tempo
a te assetato d’amore sembrerà di bere l’oceano
perché i miraggi si presentano bene
sanno come muoversi
studiano il soggetto
sollecitano la disperazione
toccandosi con impudicizia
e infine sparire come se non fossero mai esistiti
è un’arte in cui sono maestri
ma l’acqua salata accresce l’arsura e porta al delirio
lo sanno bene i naufraghi che pensano di essere salvi
mentre vanno a fondo
e se proprio non potrai sottrarti a questo destino
sappi che avrai una vita immaginata e non vissuta

No, non sono i miei versi che vorrei lasciarti
ma la carta stradale del paese che non c’è
ci si arriva facilmente basta perdersi nell’altro
e “nessuno uscirà vivo da qui” è il cartello di benvenuto
ti sarà incomprensibile
dai tempo al tempo
capirai dopo
non dimenticare di portare con te
il certificato di perdente onorario
usalo per rimpiazzare il sogno appena consumato
con un’altra opzione in pronta consegna
è un salvavita che non deve mancarti
il rischio di lucidità irreversibile è troppo alto
con conseguenze gravi fino al suicidio assistito
la protagonista del tuo sogno è specializzata
nella dolce morte
rinnegala o approfittane

No, non sono i miei versi che vorrei lasciarti
ma la biblioteca delle memorie dolenti
lunghi corridoi di ombre catalogate
storie sacre come nei sotterranei dei conventi
memorie che fanno male anche a distanza di anni
per consultarle ci vuole un’epidurale
calmare nel petto il respiro
e aspettare l’antica visitatrice
pazientemente in fila
con il ticket tra le dita
la memoria cadrà dall’ultimo tramonto
come da uno scaffale impolverato
e si aprirà sull’unica pagina mancante
per lasciare in sospeso il finale
a un altro candidato last minute
ciascuno costruisce la propria infelicità
con artigianale malinconia di falegname
che sia sogno o la sua negazione

(Sarzana, 15 gennaio 2014)

*

LETTERA AL PRESIDENTE

Signor Presidente
siamo tutti d’accordo
il cibo per mangiare
i vestiti per coprirci
le case per dormire
il lavoro per la sopravvivenza
ma ha dimenticato nell’elenco
un’altra necessità primaria
il senso del sogno
signor Presidente
non l’ho mai vista lanciare un aquilone sulla folla
eppure quelle mani tese quelle grida confuse
ne sono certo
lo richiedevano a gran voce
perché il sogno si nasconde dietro ogni ragione
che ci fa scendere nelle piazze
anche quando le folle non se ne rendono conto
lei non l’ha mai capito
neanche i suoi predecessori
solo da un sogno condiviso scaturisce la percezione del reale
solo l’ineffabile sconfigge i ragionieri e la civiltà addizionale
la gente è infelice
perché di giorno non vede ciò che sogna di notte
tra poco non sognerà più e per voi sarà perfetto
L’alta Corte dell’Aia può chiudere i battenti
perché lascia impunito il più efferato crimine
contro l’umanità
la sottrazione del sogno
e il suo smaltimento in “american dream”
a cura dei mercati finanziari
entità coperta dall’omertà globale
di cui ignoriamo la mappa fisiognomica
i nomi l’indirizzo il portone di casa
ma di noi conoscete tutto
nome indirizzo faccia matricola portone di casa
orientamento politico gusti sessuali
disperazioni varie ed eventuali
non entrerete mai al Père Lachaise
le anime di servizio ai cancelli
rifiuterebbero le vostre misere credenziali
c’è una legge morale anche tra i morti
come fra i detenuti che eliminano
i compagni di cella più schifosi e indesiderati
perché solo chi scrive “ verrà la morte e avrà i tuoi occhi ”
porta un paese sulla vetta del mondo
e ha diritto di asilo tra quelle tombe
non la vostra sbiadita mediocrità
senza memoria futura
Lei signor Presidente
ha sicuramente origliato
i discorsi che si tengono nei bar popolari
o nelle anticamere dei medici di base
e si è così rassicurato
sull’ottimo lavoro svolto
dagli strumenti comunicativi
del degrado organizzato
ci siete riusciti
ce l’avete fatta
invece di cambiare le cose avete cambiato le persone
con il prezioso ausilio dei collaboratori più stretti
economisti agenzie di marketing pubblicitari psicologi
vi siete fatti virtualmente esplodere
sulle radici della nostra storia
facendo sessanta milioni di orfani identitari
complimenti
è una strage mica da poco
ci vorrebbe un corridoio umanitario
i caschi blu la croce rossa Emergency
ma sappiate che la mancanza del sogno
non è un optional facoltativo
né il delirio di qualche intellettuale da salotto
è lo spirito di un popolo che vuole rientrare nel corpo collettivo
non facciamolo aspettare troppo
potrebbe provocare un fenomeno epidemico
la sindrome di Versailles
da voi stessi alimentata
qui è il lato divertente
crearsi il potere e al contempo gli agenti patogeni
preposti al suo annientamento
se davvero siamo il sale della terra
quanto è amaro questo sale
Signor Presidente!

( Sarzana, 20 ottobre 2013)

*

 

BREVETTO FUORI COMMERCIO

La mia donna è dentro di me
l’ho forgiata negli anni
con triste perizia
attento ai particolari
davvero un lavoro di cesello
ma non ha mai attraversato la strada
non è mai sbucata dietro l’angolo
dove sostavo in attesa che apparisse dal mio fiato
perché l’ho creata con argilla e lacrime
è rimasta chiusa tra la testa e il cuore
come un organo in più
nato malato
la terapia del sogno l’ha peggiorato
è cresciuto a dismisura
mi ha divorato l’anima
non ci sono anticorpi al corpo immaginato
si compone e decompone a suo piacimento
già adolescente ne vedevo le mani i capelli gli occhi
quasi una gemella incestuosa
invisibile ingombrante eppure festosa
la terra promessa dove cadere un giorno
davanti a un essere sconosciuto che non corrisponde
al disegno originario ma è naturale come una tempesta
e tempesta è stata nel dare asilo
al suo simulacro vagante senza essere lei
ne ho sentito l’odore il sapore ma non la tenerezza
perché sono io la donna che ho dentro di me
non posso distruggerla
ne andrebbe della mia vita
l’ho posseduta in forma solitaria pur entrando in altricorpi
ma parlavo a lei che era lì tra la testa e il cuore
non sul cuscino
sul cuscino la controfigura non sapeva bene la parte
ometteva le battute più importanti
quelle che fanno di una vita piccola un’opera immortale

Le ho dato le mie cellule
ho seguito la procedura dell’autofecondazione assistita
con masturbazioni che hanno innalzato
la temperatura terrestre e sciolto i ghiacciai
e in quel flusso alluvionale vorticoso
disperso tra fango e detriti
più nessuno mi ha ritrovato
privo di una parte di vita in lei trasfusa
come un donatore d’organi che salva un suo simile
l’ho mandata nel mondo per incontrarla
ma non mi ha riconosciuto agli incroci predestinati
dove guardavo il clone del mio riflesso alato
allontanarsi dalla mia costola sanguinante
creare dal nulla altro nulla è un’operazione ad alto rischio
dove a morire è il chirurgo infilzato da tutti i suoi ferri
sogni
speranze                         commozioni

poesia

o forse non è mai uscita
e giace ancora tra la testa e il cuore
in una tomba di molti sospiri
non dell’ultimo
perché in quel momento la rivedrò ancora
e avrà un bel sorriso
un sorriso di tenerezza.

(Sarzana, 1 dicembre 2013)

*

 

MONDI PERDUTI  (a Donatella)

 

I nostri corpi fotovoltaici
brilleranno in eterno
di luce stellare
illuminando cicli inesauribili d’amanti
che si contemplano
in adorazione del sé immortale
astri in fuga verso l`origine
destinati a sistituirci
per illudere ancora
altri amanti in attesa
sulle rampe cieche
della notte
quando chiarore morto
ci spegneremo in silenzio
nel grembo cosmico
della madre universale
pura energia in un ‘eco
remota
senza nome né fine

(Sarzana, 24 marzo 2014)

 

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Biografia

Mauro Macario è nato a Santa Margherita ligure nel 1947. È poeta, scrittore, regista. Dopo aver frequentato negli anni Sessanta la Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, debutta nel 1973 nella regia cinematografica, poi passando a quella teatrale e a quella televisiva per Rai Uno, Rai Due, Canale 5. Nel decennio ’70-80 scrive testi teatrali curandone anche la messinscena.
Nel 1990, passa alla scrittura.
Ha pubblicato sette volumi di poesia: “Le ali della jena” (pref. di Leo Ferré, Lubrina, 1990), “Crimini naturali” (pref. di L. Klobas Book,1992), “Cantico della resa mortale” (pref. di G. Pederiali, Book, 1994), “Il destino di essere altrove” (pref. di F. De Nicola, Campanotto, 2003), “Silenzio a occidente” (pref. di F. De Nicola, Liberodiscrivere, 2007), “La Screanza”, (edizioni Liberodiscrivere, che ha vinto il Premio Eugenio Montale Fuori di Casa 2012) e “Metà di niente” (Puntoacapo editrice, 2014) che ha vinto il Premio Lerici Pea nel 2015. Ha pubblicato in Francia un’antologia “LA DEBACLE DES BONNES INTENTIONS” (La rumeur libre, éditions, 2016).
Nel 2017 viene pubblicata l’opera omnia LE TRAME DEL DISINCANTO (puntoacapo editrice, 2017).
Ha scritto la biografia ufficiale del padre “Macario un comico caduto dalla luna” (Baldini& Castoldi, 1998), un secondo libro di carattere privato “Macario mio padre” (Campanotto, 2008), e curato un album fotografico “Album di Macario” (Priuli & Verlucca, 1981).
Nel 2004 esce il suo primo romanzo “Ballerina di fila” (Aliberti editore) dove è rievocato il mondo perduto della grande rivista italiana .
Suoi sono i testi del libro fotografico “Fabrizio De André in volo per il mondo” di R. Kohl (Mori editore, 2001), e quello di Giuseppe Gilardi “La danza immobile” (Liberodiscrivere, 2008). E’ presente nei volumi collettivi: “Volammo davvero” su Fabrizio De André, ( Bur, 2007) e “Il mio posto nel mondo” su Luigi Tenco (Bur, 2007).
E’ curatore di tre antologie: due sulle opere di Leo Ferré: “Il cantore dell’immaginario” (Eleuthera, 1994), e “L’Arte della rivolta” (Selene, 2003), e la terza sulle poesie di R. Mannerini “Un poeta cieco di rabbia” (Liberodiscrivere, 2004).
Ha curato la raccolta poetica “Il respiro più alto dell’acqua”di Rita Serando (Liberodiscrivere, 2008). Un suo saggio “La poesia in musica” compare all’interno dell’opera omnia di R. Mannerini “ Il Sogno e l’avventura” (edizioni Liberodiscrivere, 2009) a cura di Francesco De Nicola.
È presente come poeta nelle antologie: Tre generazioni di poeti italiani” di F. De Nicola e G. Manacorda (Caramanica, 2005), “Altramarea” di A. Tonelli (Campanotto, 2006),
“La poésie ligurienne du XXéme siécle” di F. De Nicola (Poésie – rencontres 1999 Lyon), “I limoni” di F. De Nicola e G. Manacorda (Caramanica, 1999), “Dizionario degli scrittori liguri” di F. Pastorino e M. Venturi, coordinato da F. De Nicola (De Ferrari editore, 2007), “Il novecento letterario italiano” di F. De Nicola ( De Ferrari, 2009), “Il mondo attraverso un verso?” di Giovanni Occhipinti (Rubbettino, 2010), “Forme concrete delle poesia contemporanea” di Sandro Montalto (Jocker editrice, 2008).
Nel 1989 scopre tracce di Rimbaud a Milano; i risultati di tale ricerca vengono riportati nel libro“Album Arthur Rimbaud” di E. Romano (Einaudi-Gallimard –Biblioteca della Pléiade) e in Francia, da Gallimard, per conto dello studioso Alain Borer.
Ha pubblicato poesie, profili, e saggi sulle seguenti riviste: “A” rivista anarchica, “Poesia”, “Libertaria”, “Volontà”, “Trasmigrazioni”, “La Danza”, “Bell’Italia”, “Prima Fila”.

È stato ospite di Casa della poesia nell’aprile del 2016.

Qui http://www.casadellapoesia.org/poeti/macario-mauro/biografia