IVANO FOSSATI – CONFESSIONE DI ALONSO CHISCIANO (Testo di Anna Lamberti Bocconi)

 

 

A Anna, che scrisse il Chisciotte
di Riccardo Venturi

Ci dev’essere del vero nel vecchio detto della quiete prima della tempesta; perché l’anno 1992 è stato per il sottoscritto un anno tranquillo, quasi sonnacchioso. Mi sembrava d’averci un lavoro, sebbene detestassi cordialmente l’ambiente dove mi trovavo; ma mi avevano dato una stanza dove stavo in isolamento, a tradurre cose di cui non m’importava nulla su un modernissimo computer dotato degli ultimi ritrovati dell’informatica (Wordstar 2), ma con davanti un panorama mozzafiato. Mi mettevo la giacca e la cravatta perché così mi imponevano, e giravo prevalentemente in bicicletta. Ma avevo un’automobile, una vecchia Ford Escort bianca passatami da mio fratello; vecchia, ma è stata l’unica carcassa che abbia mai avuto la quale fosse dotata di un’autoradio con il mangiacassette.

Capita a volte, quando si parla di canzoni, di dover spiegare perché si è comprata una data cosa. Nella tarda primavera, o forse all’inizio dell’estate, di quell’anno 1992 fui attratto dal semplice titolo di un album di Ivano Fossati. Confesso di non essere mai stato un “fossatiano”, troppe cose non mi convincono in quel genovese seppure riconosca che ha fatto molte discrete canzoni ed anche qualcuna molto bella. Però quel titolo, “Discanto”, mi piacque al primo colpo. Sarà per il mio estremo amore per le parole rare, ricercate; ma amore ancor più grande l’ho per le parole rare e ricercate che hanno al tempo stesso un aspetto dimesso, comune, familiare. “Discanto” è senz’altro una di quelle; e ben feci a farmi guidare da questo mio particolare istinto. Perché “Discanto” è un bell’album, tra i migliori che Fossati abbia mai fatto.

Me lo andai ad ascoltare in macchina, fermandomi in una strana piazza di Firenze. Strana perché del tutto avulsa dal consueto tessuto cittadino; di stile risorgimentale, circondata da palazzi altoborghesi, e con un parco alberato nel mezzo. Quietissima, piazza Massimo D’Azeglio; parcheggiai la vecchia Escort Bianca, infilai la cassetta e mi misi ad ascoltare.

Sì, delle belle canzoni. “Italiani in Argentina”, ad esempio; o “Passalento”. Canzoni di Fossati, certo, di un Fossati al massimo delle sue possibilità, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. Poi il nastro arrivò ad una canzone dal titolo assai curioso; “Confessione di Alonso Chisciano”. Scritto proprio così, all’italiana, ché poi, con tutta probabilità, riproduce abbastanza fedelmente quella che doveva essere l’antica pronuncia spagnola di Quixano o Quijano prima che s’affricasse. Del resto si dice Don Chisciotte, in italiano, non Don Chihhotte. Lui, insomma, con il suo vero nome; e mi fu, da quel nastro, raccontata la sua vera storia. La sua confessione.

Nulla di meno fossatiano poteva esservi. Nulla di meno consueto. Ascoltando quella canzone, mi accesi una sigaretta, e poi un’altra ancora; e la feci risuonare, e risuonare ancora una volta, e un’altra ancora, avvolto. Con la piena coscienza, che è rarissima in ognuno di noi, d’essere in presenza di un gioiello nascosto che rimarrà tale, che non si divulgherà mai troppo all’intorno, che si conserverà sommessamente. E non soltanto un gioiello, ma forse l’intera propria vita, o la vita che si vorrebbe immaginare e descrivere come propria, affidata per di più ad un personaggio di trita grandezza. Don Chisciotte porta in sé il pericolo del luogo comune, e lo si vede, ad esempio, dal fatto che sul suo nome è stato ricevato un aggettivo in “-esco”. Donchisciottesco. Troppi Don Chisciotte hanno popolato questo mondo, svuotando l’originale e proponendo sempre le stesse immagini, gli stessi episodi. E poi, in fondo, il Don Chisciotte chi l’ha mai letto fino in fondo? Un umorista spagnolo, a chi gli aveva domandato quale fosse il proprio libro preferito, aveva risposto senza esitazione: Il Don Chisciotte. Partendo poi con un panegirico lunghissimo, e concludendo che era un libro per lui talmente fondamentale che forse, un giorno, si sarebbe deciso pure a leggerlo.

O, magari, il pensiero sarebbe dovuto andare, e ci andò, al Pierre Ménard di Borges, quello che scrisse il Chisciotte; ma c’era qualcosa che mi strideva dentro, mentre ascoltavo e riascoltavo quella canzone. Qualcosa che cacciava via gli echi letterari, e presentava davanti un uomo nella sua sconfitta, la Derrota de Don Quijote di un bellissimo pezzo strumentale degli Inti-Illimani, anch’esso noto a pochi. Forse, davvero, l’unica cosa con cui si potesse fare un paragone; ma, lì, c’erano delle parole. Era Don Chisciotte, anzi Alonso Chisciano, che parlava; e lo faceva con parole semplicissime e ricercate al tempo stesso. Stava, in altri termini, compiendo un discanto. Si era venuto a far trovare da qualcuno, da un nessuno in una piazza dentro ad una vecchia automobile. Gliene fui grato senza essermi dato la pena di andare a vedere per mano di chi mi stesse parlando.

Me ne accorsi poco dopo, cavando fuori dall’involucro della cassetta il libretto pieghevole con i testi. “Da una poesia di Anna Lamberti Bocconi”, c’era scritto. Ah, ecco perché c’erà così poco di Fossati in quel testo; perché non era di Fossati. Era di Anna Lamberti Bocconi. Ovviamente, non poteva essere che suo; così mi dissi, come se Anna Lamberti Bocconi mi fosse una figura del tutto familiare, naturale, nota. Mi ci volle qualche minuto per rendermi conto che non sapevo minimamente chi fosse.

A questo punto, in casi del genere, si prospettano due alternative. O si va in qualche modo a ricercare, ad informarsi: Internet, allora, pochi sapevano che esistesse, ma c’erano pur sempre librerie, biblioteche, cataloghi. Oppure si mette in moto l’immaginazione e si costruisce la propria Anna Lamberti Bocconi personale, basandosi su un Alonso Chisciano e su un nome. Dopo qualche tempo, la mia Anna Lamberti Bocconi era un’elegante signora di una cinquantina d’anni, forse anche sessanta, dallo sguardo oltre, dai capelli al vento e dal passo misurato. L’età gliela avevo attribuita in modo del tutto naturale: quel testo mostrava una conoscenza della vita, e dei suoi recessi, e dell’essere umano nella sua umile, unica e fiera nudità, che non poteva presupporre una giovane. Si incuneava dentro un’esistenza e la rendeva di quella peculiare universalità che non ha però le false gigantezze che sbiadiscono nel generico e nel ridicolo. A tutti può essere dato di essere un Napoleone, o un Galileo, o anche un Don Chisciotte; ma non nella forma del Chisciano della Bocconi. E’ un’universalità privata, nascosta, da non rivelare a tutti, e fors’anche a nessuno.

Venne la tempesta. Venne l’annus horribilis, che, come tutti gli anni horribiles, dopo qualche tempo si ricorda quasi con piacere e con rimpianto. Il 1993 col suo “Tappo”, coi suoi dieci giorni scomparsi, con le sue nefandezze e i suoi lasciti. Proprio ieri sera m’è capitato di rincontrarne uno, che si manifesta ogni sette anni. Esiste una colonna sonora di quell’anno, ed è tra le più eterogenee che si possano immaginare. Ci sono Elio e le Storie Tese, c’è il “Vivere” di Vasco Rossi, canzone che in certi attimi mi ha letteralmente salvato il culo, ci sono i Rolling Stones, c’è il ritorno di Francesco Guccini. Il Chisciano c’è, pure. Nella stessa piazza in cui lo avevo conosciuto era accaduto, mesi dopo, l’All Changes. Lo Spartiacque. Quel che c’era prima, e quel che è venuto dopo. E, da allora, l’Alonso Chisciano ha sempre viaggiato assieme a me, ma dandosi sempre poco, insinuandosi in certi momenti, e cantandosi da solo. Su autobus affollati mentre la testa andava via. Camminando su strade di mezza Europa. Che cosa si saranno chiesti i passanti in una strada del vecchio centro di Valenciennes, una mattina di febbraio, sentendo un tizio che cantava, in una lingua a loro sconosciuta, “a me, a me, a me, una pazzia d’argento, al mio cavallo una pazzia di biada”. O i livornesi che si vedevano venire incontro un armadio di notte con una bottiglia in tasca. A scornarsi con il vento, ecco. Il tutto con una certezza lievitata giorno dopo giorno: quella che il Chisciotte, quello vero, lo aveva scritto Anna Lamberti Bocconi. Aveva scritto l’autobiografia di Alonso Chisciano. E, per certi versi, anche quella di Riccardo Venturi; e di chissà quanti altri.

E ne è passato, di tempo. Quant’anni sono, oramai, che lo conosco, il Chisciano. Quindici anni. Un compagno di strada. Un amico lontano. Un mestesso, ma di quei mestessi verso i quali si nutre sempre pudore, che in questo caso è una forma di estremo rispetto. E’ venuta Internet, e su quella cosa avrò scritto, e continuo a scrivere, quintali di cose; il pubblico sfiatatoio a modico prezzo. Ma del Chisciano, poco o nulla. Accenni. Sfuggimenti. Crittografie.

Una domenica d’aprile del 2007. Poco dopo mangiato, aspetto di andare al circolino a vedere la partita della Fiorentina. In realtà, a me, del calcio non importa nulla; importa della Fiorentina. La Fiorentina è uno dei miei punti fermi, come disse il dottor Chiarenza, che si è occupato di ricucirmeli tutti quanti. Ho scritto persino, una volta, un fantasmagorico “nuovo inno” della Fiorentina; insomma stavo ad aspettare di andare al circolino, alla casa del popolo a cinquanta metri, quella dove c’è l’abete che nella torrida estate del 2003 soffriva talmente il caldo da essere diventato un salice piangente. E c’è, allo stesso circolino, il vecchio campione sardo di pugilato; e c’è quello che critica sempre Montolivo; ci sono ancora i “birrini”, le bottigliette di Dreher da ottanta centesimi; ci sono le freccette come nelle strisce di Andy Capp, o di Carlo e Alice che dir si voglia. Del resto, come qualcuno sa, in questo quartiere mi considero in Galles.

Sto al computer, quando squilla il telefono. Risponde mia madre. Sento che dice, incerta: “Sì…sì, glielo passo”; e arriva nel mio sgabuzzino con in mano il cordless e con l’aria un po’ interrogativa. “Riccardo…c’è una certa signorina Bocconi che ti vuole…”

 

Giro nel mio deserto e sto tranquillo
ho solo il vento per barriera
Ah, che cavaliere triste
in realtà avevo dato il cuore
alla luna
e la luna l’ho barattata col temporale
e il temporale con un tempo ancor meno normale
e il tempo stesso con una spada
che mi accompagnasse
fuori dei confini di quello che è reale.

E più mi accorgo di amare l’ignota destinazione
più lungo sterpi e rovesci
non ritorno.

A me, a me, a me
una pazzia d’argento
al mio cavallo una pazzia di biada

Ah, come hai potuto pensare
di cambiarci la strada
ché, se la morte è soltanto un mare
vedi, mi ci tuffo vestito

Ahi, polvere delle mie strade
ah, scintille del mio mare inaridito
come hai potuto pensare
di spogliarmi proprio adesso…
Giro nel mio deserto e fa lo stesso

Per non scalfire il tuo senso morale
ma dentro,
caro il mio ingegnoso narratore, dentro,
dentro è tutto un altro carnevale

Mi porto dietro latta, legni
l’antico arsenale
carambole di fantasmi io conservo
conservo pezzi di temporale
le chiacchiere sul mercato
che vergogna, che spavento
la normalità eterna

Risvegliarmi un’altra volta senza fiato
fra il pianto scemo del barbiere
e il sudore muto del curato
io qui vedo l’orizzonte
e faccio finta di accettare
le predizioni della scimmia che indovina
Io, tirar di scherma con la grandine, le dame.

Ah, che compagnie infelici!
Cavalieri di specchi, minestre di radici
dormo nella follia
e tutto il teatro con me

Ma senti che odore di carta e incenso
da una parte ti dico grazie
e dall’altra continuo
solo e senza corpo
a scornarmi con il vento.

Anna Lamberti Bocconi.

Danza – Germano Bonaveri

 

Balla, ti prego balla ancora
e non m’importa quanto può costare,
ho ancora spiccioli di esistenza per poter pagare:
balla ancora!

Parla, parla ancora
e vienimi a trovare, stammi ad ascoltare
anche quando nulla ancora c’è da dire:
nei tuoi occhi grandi troverò parole
quasi d’amore.

Lasciami credere a un mondo impossibile
dove per noi non esistano regole,
dove anche gli angeli possono esistere
perché tu balli con me.

E balla, ridi forte, balla!
sfrontata e nuda sei ancora più bella
e non m’importa quanto può costare,
tanto so che comunque non potrei pagare
e grida, danza, poi ancora parla:
dire ti amo sarebbe un gesto naturale
e bacia, parla, sorridi…
dire ti amerei è ciò che posso fare.

Sappi che il tempo porta via
il coraggio infantile di dimenticare
che comunque questa vita è tutto un scivolare:
balla ancora!

Guarda, guarda ancora
e cerca di capire, prova a immaginare
quello che a volte non si riesce a dire:
nei miei occhi stanchi leggerai parole
quasi d’amore.

E canto, ballo e sorrido
per quando ancora mi verrai a trovare
nel mio universo impossibile,
dove anche i giorni possono tornare
e grida, danza, poi ancora parla…
dire ti amo sarebbe un gesto naturale
e bacia, parla, sorridi!
Dire ti amerei è ciò che posso fare.