Oltre l’Ultima Thule

 

(A mio fratello gemello. 9 settembre 1962 – 1 maggio 2019)

È stato nella notte
appena di maggio;
una voce, forse una Luce,
mi chiamava.

Mi rividi con tutti,
voi tutti,
e già mi sognavo sogno.

Mentre tornavo dalla culla
al ventre di mia madre
che non sa,
non può saperlo,
e mi piange.

Schiuso nel tepore di Lei
sono già,
oltre l’Ultima Thule,
carezza tra rossi baleni d’immenso.

Anna

sunset-288531_640

Annunci

Oralità

 

Dite voi; nel rito collocate il fatto
– poco importa l`antefatto di torti o ragioni
di quanti caddero nel fango senza Salvezza
o si rialzarono su paci di sabbie mobili –

Sotto oralità di falsi soli,
fate splendere doni
– non lance spezzate sulle teste dei renitenti –

Rendete disponibili i frutti
– Chè non servono mani e neppure occhi –
per fame preghiera e ringraziamento.

Stamburinate
– a memoria delle cosa viva, crash e ride di miti fasulli –
sul marmo senza data.

Alla maniera degli artisti
– edulcorare logos, fare,
di bacche sonnolente, gustosi acini – dite.

Chè dire io non so
di folgore da Oriente
e parusia.

Anna

 

 

 

 

Anna

Sul proscenio.

In tanta liquida dolenza, sinestesie scoscese su paratie senz`edera
dove non s’annida fiato, dilavano.

Sinesi indice schiere e spezza più di una lancia a favore.

Calda la  voce, sul proscenio, fino al labbro della commozione, per una subitanea turbanza su zigomi inamovibili.

Che basta così poco,  poi,
a ricomporsi per svoltare angoli di acceso disimpegno.

Quale latitanza, solida indolenza
tramortisce senso e ragioni.

Anna

 

Disseccato ruscello.

 

Il canto in distensione non si innalza, spenti i fuochi, fumi fanno strette le volute dei richiami.

Miglia di sonno li separono,
hanno occhi privi di paesaggi e un credo d’ombre soltanto.

Disseccato ruscello  non abbevera, stronca la secca foglia la linfa d’amore.

Bauci cova  il suo rancore, glabra di aromi, raccordata, nei mattini, a cieli di stelle rarefatte.

Filemone fugge dove l’ora più non batte, dove il tempo non cancella il maggio in fiore.

Sui muri  di pietra
pasce il lichene le fessure,
ma il sole si è perduto.

Anna.

 

 

Grafie conserte.

L’incipit é l’ aquilone sfuggito di mano, solo le nubi sanno i preamboli di brezze , prima che un vento le porti lontano.

Della lenta  parabola, lui, non sa  l’ampiezza, ma ha un verbo smisurato per distrarre l’aria attorno.

Esiliato su un quadrato di terra, all’ombra di una rosa, convoca tremori e tenerezze di refoli sui petali.

Disegna nubi , mute d’esegesi, improvvisando intemperie sull’aquilone sperso.

Sarà, dopotutto, la madida rosa al vento incline, la tiene in ostaggio nel fiato per assonanze ebbre di assedi, già di Marzo, coi frastuoni di Aprile

Anna.

Farci amare come siamo

 

Parrebbe vero solo cio che si palesa;ne deriva uno zelo di comunanza pur non sapendo, i più, con quale piede scendi dal letto o con quale mano ti ravvii i capelli, al mattino.

È sacrosanto avere segreta la voce, tenere nascosti gli occhi, insapute le mani, quando si vuol restare sul limite.

Chi mai saprà della tua lingua, capace, anche, di uccidere,
prima di tornare a fiorire primavere?

Eppure, l’unico modo per farci amare,
è deludere l’idea, spalancare le nostre
voragini, fino all`osso,
liberare il plesso; torrione delle nostre vedute, roccaforte del nostro oro puro.

Aperti allo scandaglio d’occhi senza giudizio, di mani prive di artigli, tanto nudi da commuovere anche l’aria.

Accolti, così, fra petto e braccia, in tenerezza, non ci lasceranno più andar via.

Anna.

Nel primo stupore.

Occorreva restare nel primo stupore, quando ancora le mani erano distrazione della prima mano, prima che tutto si infittisse, senza fenditure, nel tutto uguale dove si incollano ,assuefatti, gli occhi e non entra, più, nessuna luce.

 

Anna

Lucciole

 

 

 

99bd14c8206c70e496e28de1489fd790 (1)Giungono  inaspettate, al calar della sera, proprio come un guizzo
di speranza nel petto.

Intermittenti luminescenze
in canto d`amore.

Credevo, un tempo lontano,
quando la crudeltà bambina
altro non era volere per sé,
ritagliarsi un piccolo angolo di paradiso, nel sottovetro mi restituissero una luce ferma.

E fu  tradire, quel venirmi meno
sul fondo di un barattolo.

Proprio come ora: c’è sempre una speranza che mi muore dentro.

E poi qualcosa o qualcuno fermerà
questo mio incerto pulsare, ma non avrò tradito nessuno.

Sarà affidarmi all`ordine delle cose che pian, piano scemano
fino a scomparire.

lo chiamano morire.

Anna.

Un verso.

Si piegasse un verso
ad asciugare lacrime.

O, solo, gocciolasse, dilavando ecchimosi,
dentro caditoie.

– Ché un mare di poesia satura ogni poro,
negando altra luce –

Anna

 

Dove va a finire il cielo?

Oggi mi canto questa fine, perché ci sono note che devo ancora toccare, note altissime da poter toccare il cielo più nero.

Oggi mi pongo tutte le domande che non mi sono mai posta, perché vale la pena interrogarsi fino al vero.

Ma dove va a finire il cielo, quando si ingoia tutto il blu?

 

Anna.