Oltre l’Ultima Thule

 

(A mio fratello gemello. 9 settembre 1962 – 1 maggio 2019)

È stato nella notte
appena di maggio;
una voce, forse una Luce,
mi chiamava.

Mi rividi con tutti,
voi tutti,
e già mi sognavo sogno.

Mentre tornavo dalla culla
al ventre di mia madre
che non sa,
non può saperlo,
e mi piange.

Schiuso nel tepore di Lei
sono già,
oltre l’Ultima Thule,
carezza tra rossi baleni d’immenso.

Anna

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Disseccato ruscello.

 

Il canto in distensione non si innalza, spenti i fuochi, fumi fanno strette le volute dei richiami.

Miglia di sonno li separono,
hanno occhi privi di paesaggi e un credo d’ombre soltanto.

Disseccato ruscello  non abbevera, stronca la secca foglia la linfa d’amore.

Bauci cova  il suo rancore, glabra di aromi, raccordata, nei mattini, a cieli di stelle rarefatte.

Filemone fugge dove l’ora più non batte, dove il tempo non cancella il maggio in fiore.

Sui muri  di pietra
pasce il lichene le fessure,
ma il sole si è perduto.

Anna.

 

 

Grafie conserte.

L’incipit é l’ aquilone sfuggito di mano, solo le nubi sanno i preamboli di brezze , prima che un vento le porti lontano.

Della lenta  parabola, lui, non sa  l’ampiezza, ma ha un verbo smisurato per distrarre l’aria attorno.

Esiliato su un quadrato di terra, all’ombra di una rosa, convoca tremori e tenerezze di refoli sui petali.

Disegna nubi , mute d’esegesi, improvvisando intemperie sull’aquilone sperso.

Sarà, dopotutto, la madida rosa al vento incline, la tiene in ostaggio nel fiato per assonanze ebbre di assedi, già di Marzo, coi frastuoni di Aprile

Anna.

Farci amare come siamo

 

Parrebbe vero solo cio che si palesa;ne deriva uno zelo di comunanza pur non sapendo, i più, con quale piede scendi dal letto o con quale mano ti ravvii i capelli, al mattino.

È sacrosanto avere segreta la voce, tenere nascosti gli occhi, insapute le mani, quando si vuol restare sul limite.

Chi mai saprà della tua lingua, capace, anche, di uccidere,
prima di tornare a fiorire primavere?

Eppure, l’unico modo per farci amare,
è deludere l’idea, spalancare le nostre
voragini, fino all`osso,
liberare il plesso; torrione delle nostre vedute, roccaforte del nostro oro puro.

Aperti allo scandaglio d’occhi senza giudizio, di mani prive di artigli, tanto nudi da commuovere anche l’aria.

Accolti, così, fra petto e braccia, in tenerezza, non ci lasceranno più andar via.

Anna.

Nel primo stupore.

Occorreva restare nel primo stupore, quando ancora le mani erano distrazione della prima mano, prima che tutto si infittisse, senza fenditure, nel tutto uguale dove si incollano ,assuefatti, gli occhi e non entra, più, nessuna luce.

 

Anna

Un verso.

Si piegasse un verso
ad asciugare lacrime.

O, solo, gocciolasse, dilavando ecchimosi,
dentro caditoie.

– Ché un mare di poesia satura ogni poro,
negando altra luce –

Anna

 

Dove va a finire il cielo?

Oggi mi canto questa fine, perché ci sono note che devo ancora toccare, note altissime da poter toccare il cielo più nero.

Oggi mi pongo tutte le domande che non mi sono mai posta, perché vale la pena interrogarsi fino al vero.

Ma dove va a finire il cielo, quando si ingoia tutto il blu?

 

Anna.

 

Imparo da mia madre

Io imparo da mia madre; lei fece il viaggio stringendo a sé un  figlio agonizzante; voleva riportarlo a casa, deporlo nella piccola bara bianca, così piccola da non sembrare vera.

Io imparo da mia madre che la morte ha bisogno dei suoi riti, perché, poi,nelle narici, rimarrà, per sempre, il profumo di tutti i fiori che l’avranno accompagnata.

 

Anna.

 

 

Ha fatto pioggia

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Quando si torna e ad aspettarti non trovi nessuno, qualcosa ti precipita fino al nulla, al nulla della parola impronunciata, dei pensieri andati altrove a fare tana.

Oggi non esco; ha fatto pioggia su tutto, esche bagnate lasciano il segno sulla strada , pesci fuor d’acqua, non più tenuti ad abboccare, attendono una  fine.

La mia è un dettato del mai più, arriva da una distanza infinita e opportuna, la stessa da cui si affacciava al primo sole con suoni inaudi.

Anna

Della resa concordata.

 

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Se fosse plausibile assoggettare vita, chiedere di rinunciare a molto per generose amputazioni,  sarei venuta meno a quell`impegno di cautela che, alla lunga, lascia soli.

L’amore, si sa, si adorna di varianti necessarie e si complica, man, mano di interpunzioni, più segni retorici; maniera antica e sbrigativa per  non lasciare scampo.

Lo ripeto a me stessa, mentre mi  appare nitido l’inopportuno dolore alimentato dalla resa concordata.

La sedia vuota, ammainata sulla riva,  già attende nuovi arcobaleni.

Anna.