Altre voci. Bianca Madeccia

Quindi per prima cosa
ci dimenticheremo della faccia
Poi ci spoglieremo
di voce, passo, ombra
sguardo, carne, numero di scarpe
Di noi resterà solo un nome
lettere che già vanno separate
Anonimi scultori di finzioni
oblio e silenzio ci cancelleranno
presto dalle mappe

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Altre voci Giovanni Verga. L’amore vero

.
Tu che mi parli di gioie false,
dimmi quali siano le vere:
quelle che costano più lacrime
o quelle che lasciano più rimorsi
E perché rimorsi?
Qual’è l’amore vero,
quello che muore
o quello che uccide?

Altre voci. Valerio Magrelli

poesie da “Nature e venature”

🦋
Sembra quasi che tutta la nature
voglia dare le spalle alla luce
-si volge le oppone il suo corpo-
nell’abbraccio protegge il pallore.
Gli oggetti nascondono il volto
coltivano curvi ciascuno la sua ombra
come se l’ombra fosse il loro nome.

🦋
Poi tutto questo cessa,
termina la corrente ascensionale.
Lascio la verticale del mercurio
la sua strada ferrata, le catene
montuose,
lascio il metallo, lascio le miniere
e il braciere sepolto,
il giacimento
notturno, la matrice del calore.
Lascio, lasciato, lasciami.

🦋
A mattino inoltrato,
nel pieno procedere del giorno
ancora qualcuno si attarda nel letto,
segnato dall’ipnosi,
intento al restauro del sonno.
Come se si potesse riparare
la notte,
il vaso infranto,
la lesione del cie.  lo.

🦋******🦋

L’abbraccio

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell’unica torcia paleozoica.

 

Altre voci (Goliarda Sapienza). Messaggio

 

All’alba sono entrati
in due dalle imposte socchiuse
hanno posato sul tavolo una pietra
una scatola chiusa un pezzo di pane

Oggetti d’ombra le tue occhiaie
brinate dalla sera in agguato
le tue mani dal lutto della notte agitate

Dalla cima del tuo grido
ora dovrai discendere in quest’albore
di vetri vagare

Chi segui? Chi ti chiama? Non ascoltare
il grido del tramonto sfracellato
nell’ombra del cortile
il cerchio del tuo gesto
nella sabbia devi tracciare

Nell’ombra del tuo petto accartocciato
il verme scava fra i tendini le vene
si nutre del tuo sangue
della saliva si abbevera

Innestato allo scheletro quel pianto
scordato
ramifica fra i tendini, le vene
raggelando il tuo gesto il tuo calore.

Altre voci. Richard Wilbur Storm in April.

Certi inverni, con permesso,

piazzano un colpo duro, definitivo,

salano il suolo come Cartagine

prima di spiccare il volo.

 

Ma la neve fredda e scintillante

che preme l’aria oggi –

un modo dell’abbandono

come della resa.

 

I fiocchi non pesano

sui salici che pendono

tra i bianchi amenti, lenti

come petali alla deriva

 

poi si sollevano

e brillano nelle altezze

abbaglianti come le foglie d’estate

sbalzate nella luce.

 

Questa tempesta, se ho ragione,

non sarà completamente finita

finché i campi verdi, là e là,

non diventeranno bianchi,

e nell’aria fredda sbuffi di latte.

Altre voci. Massimiliano Moresco

Mi pendono dalle labbra inestetismi
un tramestìo
commisto al sé e alla provola affumicata.
Senza contare
l’ennesima dimostrazione che
oggi è un giorno come un altro
ma non è uguale, forse, può essere normale
ma anche fiorire o fare l’amore è sempre uguale
eppure ci sono sempre stati
punti di sutura per i giorni spezzati e poesie per i giorni
con cui, pensando, ci troviamo integrati >
{in noi stessi, nel sistema, nel mondo, ovvio}
ed è bello quando osservi
e mentre osservi
ti sciogli dentro come il burro sì,
come la mano sul tuo viso.

Altre voci. Italo Bonassi. La tartaruga e Achille piè veloce

UN PICCOLO RICORDO

Ti cerco dove so che non ti trovo,
e affondo con la mano in un ricordo,
ne pesco uno, piccolo, e lo guardo.

A memoria di dolcezza e d’amore
ci trovo dentro la tua casa,
anzi la tua camera, il tinello,
il tavolo e la sedia, ed il fornello,
e la piccola caffettiera a brontolare
sul fuoco. E poi, più nulla.

Un piccolo ricordo, e non mi serve
dare di gomito ed entrare.
O io o tu: in due non ci si entra.
Resta tu dentro. Io rimango fuori

Assonanze Poetiche

LA TARTARUGA E ACHILLE PIÈ VELOCE

Lenta per via va la tartaruga
nell’oro del mattino, con l’affanno
di chi si porta addosso un carapace,
utile ma pesante. Non le importa
correre, né vuole fare presto,
anzi, al contrario, ama fare tardi.
Passo su passo, cauta, lentamente,
sempre badando a dove mette il piede,
– perché non si sa mai, c’è sempre il rischio
di sbattere su qualcosa o scivolare, –
va crogiolandosi al pensiero
della favola di Achille piè veloce,
sconfitto da una sua lontana ava.

Dopo anni ed anni di storia,
di passi lenti e movimenti tardi,
di soste per tirare un poco il fiato,
di caute aspettative e di ritardi,
arranca pian pianino e sbadigliando
vive di gloria e d’altro non le importa.
E anche se sbava dalla gran fatica
di andare a sei centimetri all’ora,
si crogiola pensando all’antenata,
a quella piccola eroica tartaruga
che la lascia…

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Altre Voci. Jolanda Insana.(da Tutte le poesie) Più non riconcilierà Abele e Caino.

goccia di mare nel suo nome
non andrà più al mare
non pescherà la paletta
sottratta dall’onda al bambino che frigna
non toccherà acqua
con quelle dita storcinate un poco dall’artrite

più non riderà a bocca chiusa
con gli occhi azzurrini stretti a fessura
quando è orgogliosa e però non dice l’emozione
perché la figlia scalciando non lasci il corrimano
e perda la misura

e più non scenderà le scale per appurare
se vale comprare il palàmito o la tonnina
cantata dal banditore nel vicolo sotto Castellaccio

non tirerà più la catenella dell’acqua
e io che sto al piano di sopra
non sentirò lo sciacquone
e se ora mi capita di sentirlo
so che la sua mano non c’entra nulla
con tutto questo gorgòglio e brontolio
di acque strozzate nelle tubature
perché realizzo che sono a Roma
e non a Messina
ma il trasalimento resta lo stesso
di quando ragazza abitavo la stanza di sopra
e sentivo i suoi rumori
e ogni volta è un soprassalto

più non riconcilierà Abele e Caino
e a Pasqua non cucinerà l’agnello
per i figli che tornano a casa

la danza e il salto sono compiuti
Pasqua è passata e il fornello è spento

e più non mi soppeserà compunta

come fa la gatta che lecca
e accarezza con gli occhi la mìciola smunta

non pregherà più
e la sua requie materna in pace
non riconduce più il latino
al grembo della madre
con le sillabe affrante del cuore

più non punterà dritti gli occhi
sulle facce degli amici e dei nemici
sulle feci e i pidocchi dei marmocchi
scrofolosi itterici e picciosi
sul sangallo e la fiandra
sulla tela di agave lavorata
nella contrada del camposanto
o sui dolcini di ricotta e gelsomini

e più non darà consigli
e non mi dirà non fare la baccalara
che inghiotte a bocca aperta
perché tutti si fanno i conti in tasca
con qualche rarissima eccezione
e tu non hai imparato e mai imparerai a contare
e la vita è appesa a una foglia di frasca

non mi proteggerà più
e più non si attarda in ciabatte sulla soglia
quando sfrenato di voglia il cuore mi dice di andare
e non dovrei carezzare il ghiaccio
ma non si affligge del mio errare
perché ha sempre preferito dare
più che celando conservare

più non guarderà le stelle
nelle sere d’agosto
dal terrazzo di rose fucsie e gardenie
con vista sui Peloritani e sull’Aspromonte
né i fuochi d’artificio sullo Stretto
per la festa della Vara

e più non strapperà dal culo ai mocciosi
il verme solitario che li impuzzolentisce e sfiacca
mangiandosi tutta la sostanza e lo scarso nutrimento
degli anni perniciosi dell’anteguerra
della guerra e del dopoguerra

non berrà più gazzosa
e più non offre per amore del prossimo
la solita mezza bottiglia di vino
con qualche stuzzichino di carne secca
alla vicina stizzosa con le pupille sgranate
che bussa imbriaca alla porta

più non s’incamminerà di notte
per il pellegrinaggio alla Madonna Nera
o al santuario dell’Antennammare
e non accenderà candele contro il male ;
e i diavoli che sotto forma di vermi
entrano nella pancia di ogni mortale
e gli tolgono la luce degli occhi
aizzano la mente lo fanno demente
mortuario sotto il suo sudario

e più non mi nutrirà
a panecotto e biancomangiare
e non scoperchierà la pentola
con il bollito di capra
la buona setosa carne di capra
che non mangio da una vita

non taglierà più pelose cotogne a tozzi
e tolto il marcio e il verme
non le passerà bollenti al setaccio
prima dell’aggiunta di zucchero
tanto quant’è il peso della polpa
e non verserà la marmellata corposa
schiarita dal limone
nelle formelle di terracotta smaltata
per caliarla al sole sul balcone di Gravitelli
sotto veli di organza
contro l’arroganza di api vespe e calabroni

non ci sarà più
protettiva e curativa
la sua trasparente cotognata
per la figlia ulcerosa

più non s’arrampicherà sul gelso bianco
come nel ’43 con la pancia di otto mesi
perché golosa delle more zuccherine
non voleva passare il segno della voglia
al figlio che arrivò con gli alleati
e sulla chiappa sinistra ha una stampiglia fragolosa

e più non sbuccerà a mani nude
i fichidindia tenuti al fresco sul balcone

erano il nostro dolce
il torrone gelato d’inverno
dopo cene di borragine e olive
pecorino e fichi secchi

non farà più ricotta né l’infornerà
e più non allungherà con l’acqua
il latte grasso di pecora
che i muccosi viziati sputano
perché vogliono latte di capra

più non farà doni e più non accetta con fervore
il mazzetto di menta fresca il tralcio di peperoncino
o i primi fichi mulinciani che tiene in mano
borbottando grazie ma non si doveva disturbare

cresciuta senza madre e senza cura
e da sempre allenata a fare e a dare
era così contenta e gratificata
che doveva immediatamente ricambiare
con un pezzetto di pecorino un quarto di vino
qualche grammo d’olio o un panino
imbottito di pescestocco alla ghiotta
conoscendo i bisogni dell’offerente
perché conta il gesto mi spiegava

il pensiero che si ha dell’altro
e c’è bisogno di pensarlo l’altro
per non tapparsi gli occhi
davanti all’indigenza e alla sofferenza
rimirandosi nello specchio concavo
del proprio ombelico

non conta la cosa che si dà o si riceve
conta la creatura a cui si pensa e si dà la cosa
e per non sbagliare è sempre meglio dare che contare

e più non mi aspetterà
con le sarde a beccafico pronte
per la cena del ritorno
e non dirà mangia mangia
che sei troppo magra

non sarà più qui
in questa contristata città
un tempo detta babba
nelle umide stanze dello scagno
accanto ai sacchi di carbonella per il focolare
le cannizze per caliare pomodori e fichi
i bidoni militari americani pieni
d’acqua potabile dei Peloritani
e sarà lì dove correva ragazza
e a maggio spicchiava arance amare

più non parlerà
e non ci sono tenaglie per tirare la lingua
quando la morte vince e inghiotte la parola
ma ricordarsi e scambiarla di contrada in contrada
sguittìo sussurro fremito di corde o balbettìo
e sia la morte padrona assoluta dell’ultimo fiato

non farà più giorno
e più non accende la luce

più non avrà colpi per la giostra
e più non lancia anelli al pesce rosso

non raccoglierà più gladìoli in mezzo al grano
e più non strappa al gelso foglie per i bachi

più non si toglierà le spine
e più non succhia favi di miele

non schiaccerà più noci con le mani
e più non apre cozze col coltello

più non perdonerà
e più non accoglie il nemico

non sceglierà più gelato di fragola e limone
e più non sviene

più non tirerà la vita alla vita
e più non dà l’acqua ai fiori di cera

non metterà più capperi sotto sale
e più non ammolla il tonno salato di Milazzo

più non si scrollerà colpe
e più non ha vergogna

non intreccerà più corone di sorbe
e più non scioglie nodi e fiere contorte

più non si sbilancerà per acchiappare
il bambino che cade
e più non cade inciampando nel tombino

non andrà più in giardino
e più non resta chiusa nella casa fortino

più non sentirà la katabba di sant’Agata
e più non fa la novena

non ci sarà non ci sarà e ci sarà
finché c’è la parola che la dice

non fa
nulla può fare nulla può più fare
e nel sogno ha fame e chiede cibo

più non accudisce né picchia.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Jolanda_Insana

Altre voci. Dario Bellezza. Roma 1989


È avventizio il mio essere reale.
Sleale è insistere su chi sono io.
‘Il punto partenza e scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, e non sarò più solo.

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Bellezza

Altre voci. Franco Fortini. (da un altra attesa) L’ORA DELLE BASSE OPERE

 

È tutto chiaro ormai,
le parole dei libri diventate
tutte vere. Tutti gli altri lo sanno.
T’hanno detto di fare due passi avanti
in mezzo al cortile d’acqua e vento,
di lumi gialli prima dell’alba.
Vedi cani maestri con grembiali di cuoio
scaricare quarti umani per le celle
refrigerate e crusca
sotto i ganci cromati. Gli scontrini
li timbrano alla porta
dove a battenti aperti aspetta un camion.
Era giorno, i postini
sgrondavano gli incerati nelle guardiole.

http://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Fortini