Mia madre

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È Sequela di sguardi dimessi, per quel suo pudore schivo, di una solitudine composta.

Eppure mi arriva un assalto di bellezza
e un chiaro mi allaga gli occhi.

Mia madre ha una fanciullezza, ancora, sugli zigomi,
un accenno di dolcezza sulle labbra
e, negli occhi, terre trascorse,
giardini d’infanzia di cui so il racconto.

Per un attimo indovino quella rassegnazione di foglie ai distacchi e sono già dentro la paura ;
trasgredire lo strappo, le foglie, non sanno,
ricucirlo, poi, con una poesia da dire sottovoce,
non saprà bastare.

Anna

 

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Altre Voci. Mauro Macario. Ai poeti tra le nuvole

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Foto reperita su Wikipedia.
Mauro Macario (Santa Margherita Ligure, 21 febbraio 1947) è un regista, scrittore e poeta italiano.

*

Non perdere la tua indignazione
dietro versi tranquilli e insensati
che ignorano
l’architettura delle stragi
il palinsesto delle carestie
la cerimonia democratica
di una siringa letale
perché il braccio della morte
è anche il tuo
quando intingi la penna
in quel calamaio di sangue
che tanto ti ripugna
tu che nel sublime
vaneggi ricami barocchi
e sciacqui la coscienza
nel bidè dello stile
ricorda gli ultimi
che affollano la tua soglia
rovescia il calamaio
del salasso mondiale
in faccia ai monsignori
della poesia celeste
sporcati le mani
dentro le discariche abusive
della globalizzazione
dove s’ammucchiano le etnie minori
trucidate dal regresso
e che siano i tuoi versi
pelle e ossa
come gli infanti anoressici
per costrizione
afflitti da quel male che si chiama
Presidente
e spolpati dalla tua omertà
abbellita dalla forma
perché hai perso la tua indignazione
e giochi sordomuto
all’enigmistica poetica
tra le salme del Capitale
dal libro “Il destino di essere altrove”

Parole spalancate.

 

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Immagine presa dal web e si riferisce al festival della poesia di Genova, del 2018.

In tanta liquida dolenza, verdi sinestesie su paratie senz’edera
dove, azzurro, fiato
non si annida,
dolci e odorose acque dilavano.

Sinesi indicono schiere d’occhi sognanti e orecchi fini
in concordanza,
in tanto afflato,
di così poca vita d’altri.

Calda voce trema,
dando in pegno suoni indicibili,
fino al labbro della commozione,
per una subitanea turbanza di zigomi inamovibili.

Che basta così poco, poi,
a ricomporsi per svoltare angoli,
sotto così piccola luce, di buio,
con la luna in tasca.

E con quale ferocia,
oltre quel minuto, la solita, solida indolenza, tramortisce sguardo
sugli alluci valghi o poco più in là,
sul pavimento.

Eppure fa così sorellanza sedersi a fianco, nelle stanze preposte
agli altissimi pronunciamenti.

Anna.

Altre Voci . LuxOr (In mi bemolle maggiore)

Compensazioni equoree

M’addentro in labirinti abbandonati
ai margini di corpi ancora fieri
di qua niente di buono da vedere
là nei fasti del bene la bellezza
emerge intatta pura come altero
sorriso che tramonta nei colori
e non senti nel là altro che non sia
il fiato della norma che inviluppa
e alimenta ragioni e ordina gioie

Ho vissuto nel magma di armonie
stese nei rosa nei verdi pastello
nei chiari venduti senza il dolore
nella carne fragrante e levigata
in dimensioni nette di pallori
di denti in specchi di florida cute
senza voltarmi sul fianco dell’ombra

Quindi un gesto un dolore infermità
una diagnosi con frasi diverse
parole scritte su carne mutevole
incrementi di informi anse plutoniche
E il versante del bianco esce di fuoco
impallidisce diffuso distante
fugge in altre lucentezze di pelle

Qui adesso freme confusa una notte
in un notturno di Chopin si fonde
l’opera nove due in…

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Contorsioni (“la pazienza delle donne”)

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opera di Ferdinando Lignano (Contorsioni metaforiche)

 

Ha il cuore al vento
e contorsioni di voli persi
nelle viscere.

Un verbo smisurato sulle labbra
e sguardo d’erranza
su sfocati orizzonti.

Ma rinasce, ogni volta,
Scilla e s’incammina,
verso toraciche destinazioni.

Nasconde teste di cane
fra le gambe serpentine
delle sue ragioni.

Potrà mai una voce,
più un guaito,
smuovere più di tanto?

Strapparla alla ferocia
di denti guasti
sopra un palato molle,
assuefatto alla fame di vita?

Anna

Frapporsi.

 

 

256640È un frapporsi fra mEtutto il nominabile,
a lasciarmi su un limite precario.

Quanto il perdurare sul bordo
fa capaci di gettare gli occhi oltre,
per una misericordia, un perdono,
una fiducia che apra braccia a farsi incontro?

Quanto il resistere
fa capaci di muovere passo
col molosso del passato dietro la schiena
e un pretesto di futuro senza congedo
dai luoghi, dai nomi…
per un ritegno di libertà vera?

Forse occorre rinominarlo il mondo,
svestire le cose del loro significato
lasciandosene solo impressionare,
noi, sostanza sensibile, fino al nero.

C’è questo frapporsi fra mEtutto il nominabile
a confinarmi dove tutto è raccontato,
ma c’è la luna, questa notte,
e nel suo luogo franco mi tira dentro,
fino a doverlo dire a quanto splendore il buio soggiace

Anna

Fuga provvisoria.

 

cammin

 

C’è un tutto stabilito,
il levar del giorno all’ora esatta, ma potrebbe essere in anticipo su una vita,
se le palpebre sono ancora pesanti
e le labbra non son pronte
per l’assillo di nuove seti.

C’è un punto preciso, un’altezza prefissata da dove il sole
dipana ombre d’esproprio
e noi a passare, tra gli altri,
inosservati.

Non a caso rincasiamo
soli.

E nessuno può giurare d’averci visto,
chiusi alle spalle da un dolore,
scivolare nell’antro
di una fuga provvisoria,
fino a domani.

Anna

Presagi.

 

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Sbava la costa,
un vento umido muove il canneto,
sale la querula nenia dei gatti,
trema il glicine sul muro

Conversano le case,
con le poche luci della notte,
rotolano passi sconosciuti sulla strada,
s’aprono lunghe forre
di lugubri parvenze.

Il passo lontano è un agguato,
un indugio, una fuga…

Si torce l’anima
da dietro i vetri,
come nei giorni d’assedio,
vilmente attorta a un filo di speranza.

Se ne dirà domani,
ne leggeranno gli scampati.

Che non è neppure detto;
si muore anche così,
poco a poco,
nel presagio d’altre morti

E non è neppure così scontato,
un nuovo cielo di sole, domani

L’amen custodito nelle mani.

 

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Ph di Alessandro Cappuccioni (Ragnatela e rugiada)

La mia voce si fa appena, quando slabbro fiducia su un filo sottile,
a tessermi lanuginose speranze;
dragline di sogni per resistere,
oscillando, in ciò che mi destina, mai compiuta.

Ma, se pure la voce non travalica,
sia mandala d’acqua, sortilegio di luce,
l’ amen custodito, ogni giorno, nelle mani.

Anna

Lucciole.

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Giungono  inaspettate, al calar della sera, proprio come un guizzo
di speranza nel petto; intermittenti luminescence in canto d`amore.

Credevo, un tempo lontano,
quando la crudeltà bambina
altro non era che un volere per sé,
il ritagliarsi un piccolo angolo di paradiso, nel sottovetro mi restituissero una luce ferma.

E fu  tradire, quel loro venir meno
sul fondo di un barattolo.

Proprio come ora: c’è sempre una speranza che mi muore dentro.

E poi qualcosa o qualcuno fermerà
questo mio incerto pulsare, nel sottovetro del mondo, ma non avrò tradito nessuno.

Sarà solo affidarsi all`ordine delle cose che pian, piano scemano,
fino a scomparire.

E lo chiamano morire.

Anna.