Altre Voci – Mauro Macario – Cantico della resa mortale

IMG_20200331_140510Non me ne voglia Mauro Macario, se racconto che sono pervenuta a questa raccolta con tanto di dedica, grazie a mio figlio che la scorse su una  bancarella di libri usati .

Che sia un uso e getta ,quello dei libri di poesia, è davvero un peccato perché la poesia andrebbe letta, riletta in più , forse infinite, riprese.

Ringrazio, quindi, i signori Mario e Myria che hanno mutuato la conoscenza a livello amicale e di scrittura con Mauro. Evidentemente non tutto si perde e non tutti i mali vengono per nuocere se, ora, la stessa, uscita vent’anni fa  è fra le mie mani. Peggio sarebbe stato, se fosse finito al macero e Mauro non merita certo questo trattamento.

 

Io la tengo come cimelio.

Passo a presentarla

È ormai noto il fatto che Mauro Macario sia approdato alla poesia in età matura, dopo diverse esperienze artistiche nel cinema, teatro e televisione.

Quale sia stato il movente che lo portò, ultra quarantenne, a consegnare parole alla poesia, non è dato saperlo, sicuramente il discorso poetico deriva da un percorso di vita che ha assimilato e riconvertito nella parola, una parola necessaria, capace di gridare il cambiamento e l’alienazione dentro lo stesso cambiamento, una parola dissacrante, capace di sovvertire schemi e smascherare secoli di indottrinamento, di intercettare congreghe di “cormorani azzurri” sotto cieli radioattivi, scovare “foche cieche” interrate nelle risaie in ricordo dell’acqua” per dire il dissesto.

Cantico della resa mortale viene dopo il poemetto “le ali della Jena” e la raccolta “Crimini naturali” due raccolte che si attestano su un registro atonale, più un grido di rabbia suscitato dai sistema politico – sociale e non ultimo quello clericale. 

Chi si appresta a leggere il Cantico della resa mortale, sappia che non di un Cantico si tratta, non di una sorta di laude in senso francescano, perché qui l’uomo ha perso la sua innocenza, non si accontenta del giusto per vivere, ma chiede il troppo per sopravvivere ai suoi falsi bisogni, qui l’uomo ha dissacrato la morte nell’illusione di redimere la carne, ha profanato l’amore, ha barattato la fraternità con la fratellanza, ha riscritto il catechismo aggiungendo l’undicesimo comandamento “il mio feticcio è più bello del tuo” ; sappiamo tutti a cosa porti questa pretesa. 

Certamente che con l’avanzare dell’età si diventa  più pacati, ma è una pacatezza dolorosa e lucida, quella di Mauro, una pacatezza che ancora reclama ciò che per negligenza è andato perso o non si è riconosciuto, che a volerlo riassumere è l’umanità su cui è prevalsa la Jena, perfino lei, in ultimo, arresa in “avvitamenti mortali /al suolo /poi fece a pezzi il suo linguaggio /ruotó lo sguardo in predatore totale /e disfandosi delle ali per sempre /si mosse verso gli animali /proprio Jena finalmente. (da Le ali della lena).

Ecco : la resa mortale è quasi un senso di impotenza di fronte alle cose del mondo, ma è anche un voler attestare valori e sentimenti quale l’amore  ” tu sola/ hai diritto/ di trovarmi rifugio /molto più a, sud /dell’eternità inventata…” scegli un angolo ombroso /dove tu possa con i gatti /sdraiarti nell’ora magica dell’estate… “da La collina del Belvedere” 

gli affetti :  “Di te che a volte /divoro l’assenza / nella carestia del presente /dimmi se ho tradito / la tenerezza rimpianta / il pudore esitante… (da Notte Alta dedicata al padre) 

l’amicizia : Léo Léo /per altri diecimila anni /ti cercherò con la mano sinistra /tra gli uliveti notturni /sempre dopo mezzanotte /quando l’anelito genera l’avvenimento /per intolleranza d’assenza /i latrati di Arkel e Misère (da Salmo 152  a Léo Ferrè /che scrisse il salmo 151 /dedico il successivo /dove la numerazione dell’anima si ferma)

Alcuni testi

 

LA COLLINA DEL BELVEDERE


nel giardino delle delizie
dammi sepoltura clandestina
nascondendomi così
ai garages pubblici dei morti
dove la folla silenziata
mi è pur sempre estranea
come lo Stato
che ancora più della morte
a te mi sottrae

dichiarami scomparso
sui verbali del nulla
fingendoti donna tradita
e parla male di me
affinché i paggi neri
portino altrove
la deferenza di servizio
per quel sequestro di persona
ordito da un mandante intoccabile

dì loro che qui
è riserva indiana
e Santa Romana Chiesa
non entra
col suo turibolo di cancri odorosi
e la certezza che l’utopia inapparsa
debba spalancare le porte
alla lugubre processione
di impiegati mistici
venuti a umiliarmi
con la loro assoluzione
non affidare le mie spoglie
a questa gente di
Transilvania
che s’appropria delle salme
per sostenere l’Opus Dei
con un macabro still-life
se c’è un Dio
è la tua mano al crepuscolo
che carezza la mia terra
come nudo fosse il corpo
e ancora tutto in fiore

tu sola
hai diritto
di trovarmi rifugio
molto più a sud
dell’eternità inventata
in onore alle etnìe selvagge
che non sbattono su un carro
i bei resti dei tempi andati
trafugarmi è sacro
se per reciproca appartenenza
legittimiamo i luoghi
del nostro immaginario
da qui al muro di cinta
scegli un angolo ombroso
dove tu possa con i gatti
sdraiarti nell’ora magica d’estate
e cura la vendemmia del glicine
lasciando filtrare nell’erba
quei rivoli viola
che mi travasano a volte
un’illusione di cielo

è bello immaginarti
in cucina verso sera
nel tuo scialle
infreddolita
lottare alla finestra
pensandomi immenso
nel mio sottomare
da non più trovarmi
neanche con le unghie
amore che non si dice
in poesia
per timore di scomunica
qui davanti al belvedere
te lo dico senza stile
e depongo anche il verso
come ora io vivessi
la vita dall’inizio

verrà un tempo
da leggenda popolare
diranno sottovoce
è la donna della casa sommersa
e quando le sterpaglie
saliranno alle finestre
leggerai nell’abbandono
la rinascita all’assenza
tu spogliati
vecchia e bellissima
e avanza in quelle onde
verso l’angolo ombroso
non temere di sparire
dentro la serra fantastica
sirena e squalo
torneranno liberi
nell’alta marea

 

*

 

NOTTE ALTA (a mio padre)

Di te che a volte
divoro l’assenza
nella carestia del presente
dimmi se ho tradito
la tenerezza rimpianta
e il pudore esitante
tra carezze e silenzi
o se la memoria sovrapposta
dalla proprietà collettiva
ha contaminato la mia
fragile agli schianti
dell’identità mortificata

eppure per vie traverse
risali di continuo
ascensore di voragine
su richiami evocatrici
ma in rari sogni sei apparso
andando via di fretta
quasi senza ritrovarmi
io che ero lì
in onirica trasferta
perso in abbandono
con la bussola dei morti
che depista i cercatori
ai bordi del risveglio

*

MEMORIE AUTARCHICHE 

 

Le gonne larghe ai balconi
e il naso all’insù
adolescente esaltato
alla nera eclisse
che svanendo mi accecava
d’intravisti biancori
piccole vele rigonfie
sospinte da impulsi contratti
in quel cielo di sotto
che non ha Trinità
perché l’occhio di un terzo
è sempre indiscreto
a lungo inspiravo
un sentore immaginato
di pitosforo marino
e alga salata
fin quando mi veniva sete
alle mani sudate
cucciolo brado in terra di Onan
brucavo gli aspri germogli
di arborescenze corporee
spogliate in collina
fibrillando allo spasimo
su dossi implumi
a improvvisa discesa
infossata roteare in dispnea
sollevato dal suolo
risucchiato nelle forme
da allora adorando
la Sindone dello spacco
umido al centro
apparso ai miei occhi
come buona novella
da portare nel mondo
perché tutti i sensi
e anche i controsensi
confluissero là
in continua rinascita
muschiosa
dove le labbra s’incontrano
entrambe dischiuse
alla conoscenza del lambire
suggendo premute
l’argine naturale
alla morte dell’essere

 

*

Il CAPPELLAIO MATTO

Così ti sogno
corpo privato
e corpo pubblico
per essere io
in molti ad amarti
amando te sola
di un lungo estenuante
languore morfinico
guardandoti
guardata
negli specchi liquidi
dei miei impazzamenti
al di là del possesso trasversale
ed è per amore che profano
la sacra ghiandola monogama
moltiplicando il tuo corpo
in tante eucarestie

*
I SENSI SPIATI

Nella stanza di Framura
controfigura del cielo
controfigura della terra
il tuo corpo
per ligure incantesimo
mi germoglia tra le mani
in seconda adolescenza
mentre piove nel sole
e Bathus
occhieggia dalla porta

*

Il CAPPELLANO MILITARE

Gemelli per gotica osmosi
tra granate e olio santo
uno uccide
l’altro assolve

*
IDENTIKIT DEL MESSIA

Cristo si è fermato a Eboli
Rimbaud è andato fino ad Harar
inventando un’equazione
all’inverno
-sottrai il genio
alla comunità svilente
e avrai la moltiplicazione
dell’immaginario sfrenato
alla radice della gamba
divisa dal corpo –
La differenza è tra il primo
redento nel cielo
e il secondo tra gli uomini
di cattiva volontà
che scelgono l’apocrifo
e ne fanno delirante vangelo

*
DIARIO AUTISTICO

I

Militante dell’emozione ideologica
o di un suo languore decadente
bonifico il pozzo senza luna
dei miti virali
disertando eserciti
per ogni giorno della settimana
sono forse io quello che avanza
da una prospettiva futura
in marcia forzata verso il passato
reduce affranto di maratone oniriche
con una teglia sulla testa
e un sentimento d’inganno dentro
vecchia crosta geologica
che il sogno dispeptico
eruttando squarcia
per far sì che da un vulcano
spento
nasca o muoia
un misantropo della domenica
in torre d’avorio
racchiuso a disgusto
nel festeggiare
il millesimo compleanno
causa profezie inadempienti

e più del potere
è l’umanità autistica
il feredo garrota
sull’utopia frenata
un plebiscito impopolare
mi relega in esilio.

perché io sono io leader
del bel sogno diroccato
nelle strade c’è chi lava
il proprio sangue
per mostrarsi in salute
alla famiglia italica
e ai suoi ganci ombelicali
da innalzare a capestro
nel parco giochi
del condominio

umanità da girello
che per difetto di nascita
scarseggia
in cromosomi d’annata
e testicoli di Carrara
screditando
gli eroi sinistrati
dalla sindrome del Golgota
così fastidiosi
nei loro appelli
all’inesistente possibile
che è meglio disfarsene
e cullare i carnefici.

*

II

Vorrei essere la memoria indiana
di una tribù che ha vissuto
cercandosi
e ha sognato la vendetta
con troppo amore
per farsi sorprendere
disarmata nel sonno
morendo ogni volta
alla fine del secolo
per tutti gli altri
caduti prima

*
IX

Figlio dell’immaginario collettivo
e mai padre di me stesso
se non quando orfano del vero
ho lasciato il mio gemello
come il serpente fa con la pelle
adesso anch’io mi chiamo Nessuno
e ne ho uccisi di mostri
con un occhio solo
andando sottovento agli altri
per tamponare
emorragie di placenta nel cuore
e abortire un angelo anticarro
nel lancio suicida
sugli specchi deformanti
che schizzati in frantumi
rivelano a nudo
le facce immutate
degli elfi quotidiani.

800px-Mauro_Macario

Biografia

Mauro Macario è nato a Santa Margherita ligure nel 1947. È poeta, scrittore, regista. Dopo aver frequentato negli anni Sessanta la Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, debutta nel 1973 nella regia cinematografica, poi passando a quella teatrale e a quella televisiva per Rai Uno, Rai Due, Canale 5. Nel decennio ’70-80 scrive testi teatrali curandone anche la messinscena.
Nel 1990, passa alla scrittura.
Ha pubblicato sette volumi di poesia: “Le ali della jena” (pref. di Leo Ferré, Lubrina, 1990), “Crimini naturali” (pref. di L. Klobas Book,1992), “Cantico della resa mortale” (pref. di G. Pederiali, Book, 1994), “Il destino di essere altrove” (pref. di F. De Nicola, Campanotto, 2003), “Silenzio a occidente” (pref. di F. De Nicola, Liberodiscrivere, 2007), “La Screanza”, (edizioni Liberodiscrivere, che ha vinto il Premio Eugenio Montale Fuori di Casa 2012) e “Metà di niente” (Puntoacapo editrice, 2014) che ha vinto il Premio Lerici Pea nel 2015. Ha pubblicato in Francia un’antologia “LA DEBACLE DES BONNES INTENTIONS” (La rumeur libre, éditions, 2016).
Nel 2017 viene pubblicata l’opera omnia LE TRAME DEL DISINCANTO (puntoacapo editrice, 2017).
Ha scritto la biografia ufficiale del padre “Macario un comico caduto dalla luna” (Baldini& Castoldi, 1998), un secondo libro di carattere privato “Macario mio padre” (Campanotto, 2008), e curato un album fotografico “Album di Macario” (Priuli & Verlucca, 1981).
Nel 2004 esce il suo primo romanzo “Ballerina di fila” (Aliberti editore) dove è rievocato il mondo perduto della grande rivista italiana .
Suoi sono i testi del libro fotografico “Fabrizio De André in volo per il mondo” di R. Kohl (Mori editore, 2001), e quello di Giuseppe Gilardi “La danza immobile” (Liberodiscrivere, 2008). E’ presente nei volumi collettivi: “Volammo davvero” su Fabrizio De André, ( Bur, 2007) e “Il mio posto nel mondo” su Luigi Tenco (Bur, 2007).
E’ curatore di tre antologie: due sulle opere di Leo Ferré: “Il cantore dell’immaginario” (Eleuthera, 1994), e “L’Arte della rivolta” (Selene, 2003), e la terza sulle poesie di R. Mannerini “Un poeta cieco di rabbia” (Liberodiscrivere, 2004).
Ha curato la raccolta poetica “Il respiro più alto dell’acqua”di Rita Serando (Liberodiscrivere, 2008). Un suo saggio “La poesia in musica” compare all’interno dell’opera omnia di R. Mannerini “ Il Sogno e l’avventura” (edizioni Liberodiscrivere, 2009) a cura di Francesco De Nicola.
È presente come poeta nelle antologie: Tre generazioni di poeti italiani” di F. De Nicola e G. Manacorda (Caramanica, 2005), “Altramarea” di A. Tonelli (Campanotto, 2006),
“La poésie ligurienne du XXéme siécle” di F. De Nicola (Poésie – rencontres 1999 Lyon), “I limoni” di F. De Nicola e G. Manacorda (Caramanica, 1999), “Dizionario degli scrittori liguri” di F. Pastorino e M. Venturi, coordinato da F. De Nicola (De Ferrari editore, 2007), “Il novecento letterario italiano” di F. De Nicola ( De Ferrari, 2009), “Il mondo attraverso un verso?” di Giovanni Occhipinti (Rubbettino, 2010), “Forme concrete delle poesia contemporanea” di Sandro Montalto (Jocker editrice, 2008).
Nel 1989 scopre tracce di Rimbaud a Milano; i risultati di tale ricerca vengono riportati nel libro“Album Arthur Rimbaud” di E. Romano (Einaudi-Gallimard –Biblioteca della Pléiade) e in Francia, da Gallimard, per conto dello studioso Alain Borer.
Ha pubblicato poesie, profili, e saggi sulle seguenti riviste: “A” rivista anarchica, “Poesia”, “Libertaria”, “Volontà”, “Trasmigrazioni”, “La Danza”, “Bell’Italia”, “Prima Fila”.

2 Replies to “Altre Voci – Mauro Macario – Cantico della resa mortale”

  1. L’ho conosciuto negli anni ’90 e ho assistito alle presentazioni dei suoi primi libri come appunto questo “Cantico della resa mortale” e “Crimini naturali”, e mi fece un’ottima impressione, sia come uomo e sia come poeta. Molto potente, lacerato, abrasivo e in alcuni casi ossessivo. E’ una poesia che ti rimane dentro proprio per tutto quello che esprime e per la forza che emana. Mi ricordo che assistetti anche alla presentazione della prima antologia su Leo Ferrè, “Il cantore dell’immaginario”, il quale mi fece molte impressione, proprio per la somiglianza con la poetica di Macario: tutti e due grandi artisti.

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    1. Si, Mauro è proprio così come lo descrivi, una persona che lascia il segno, un artista vero, tutto ciò a cui è advenuto è dovuto allo studio, nulla di improvvisato. Per quanto riguarda la scrittura, anche io vi trovo il seme di Ferrè solo che, mentre ferrè era un visionario, Macario è un utopista. Sto leggendo la raccolta Passaggio a Occidente. Bellissima, anche questa. Grazie per la lettura, per essere arrivato in fondo, data la lunghezza. Buon primo Aprile, Antonio 😊

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