Trompe-l’œil di primavera.

 

È anticipo di stagione quel tripudio, in certi luoghi, già d`alta luce, tanto che anche lo stagno si fa sonoro.

Qui, dalle panchine, un grugare, soltanto, per briciole di elemosine; becco corto, caruncole infette agli occhi,
brevi i voli.

Impeti d`ala , altrove, sui davanzali al vento da levante, fino ai colli d`aria chiara, che poi è trompe-l’œil, ma un’ebbrezza, comunque, negli iridi, bocca grande, voce della cosa viva.

Sollecita il sopracciglio fiero la gazza, piuttosto ladra, mentre intreccia ciocche imperlinate con quel poco di bianco alle tempie e il nero ancora, per farne meraviglia, supporre nido, da lontano, farsi grembo di desideri.

Qui, dove soffia un grecale tale, l’azzurro è solo degli uccelli, ma ancora non fanno primavera vera, qui.

Anna.

 

 

 

 

 

 

 

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Tu vuoi sapere – Paola Musa

lapoesiacheserve

Paola fotoTu vuoi sapere, tu non vuoi sapere
dove, come, quando –
l’alta definizione, la giusta informazione,
tu hai studiato il tuo secolo, tu disprezzi il tuo secolo,
tu sai che eternamente fluttua il cambio del reale,
tu sai che il trend e’ un nemico immateriale,
tu punti indice e titolo, tu sei mercato, ma tu –
tu dici
anche:
da qualche parte
avranno pur fatto gemme le parole

– con quale falce tuttavia
mieteremo la verità sui gulag,
il fumo dei forni crematori,
le strenne avvelenate dell’imperialismo
la decadenza che oscilla ma non cade
l’anarchia, la mano monca dello stato,
la libertà concessa all’assediato.

Tu credi di discernere
tu credi e dici poter scegliere –
ciò che ti serve e’ in fondo esposto
negli outlet del pensiero
ma prendi tempo,
una pausa
– da merendina Kinder.

(Tratto da “La visione della pietra”)

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Musica e dintorni. Magazzino 18 Simone Cristicchi.

 

Il Magazzino 18 si trova al Porto Vecchio di Trieste. Dentro, centinaia di oggetti della quotidianità  spezzata (materassi, sedie, pentole, materassi, macchine da cucire, libri, quaderni, giocattoli, fotografie) lasciati in custodia dagli esuli diretti in campi profughi o in luoghi lontani  in attesa di poter tornare. Quella dell`esodo istriano giuliano – dalmata è una delle pagine dolorose della storia italiana, tra la fine della seconda guerra mondiale e la ricostruzione.

”  Con il trattato di Pace di Parigi del 1947 l’Italia cedette vasti territori dell’Istria e della fascia costiera, e circa 300 mila persone scelsero  di lasciare le loro terre natali destinate a non essere più italiane. Questo pur di rimanere italiani. Abbandonarono i propri beni per avventurarsi verso un’Italia disastrata piuttosto che restare, estranei, nella Jugoslavia di Tito, una terra di violenza e soprusi che non riconoscevano più.

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/magazzino-18-cristicchi-esodo-istriano-giuliano-dalmata-trieste-spattcaolo-9b8fbc79-518f-4da7-8075-2c46d2653b71.html

Farci amare come siamo

 

Parrebbe vero solo cio che si palesa;ne deriva uno zelo di comunanza pur non sapendo, i più, con quale piede scendi dal letto o con quale mano ti ravvii i capelli, al mattino.

È sacrosanto avere segreta la voce, tenere nascosti gli occhi, insapute le mani, quando si vuol restare sul limite.

Chi mai saprà della tua lingua, capace, anche, di uccidere,
prima di tornare a fiorire primavere?

Eppure, l’unico modo per farci amare,
è deludere l’idea, spalancare le nostre
voragini, fino all`osso,
liberare il plesso; torrione delle nostre vedute, roccaforte del nostro oro puro.

Aperti allo scandaglio d’occhi senza giudizio, di mani prive di artigli, tanto nudi da commuovere anche l’aria.

Accolti, così, fra petto e braccia, in tenerezza, non ci lasceranno più andar via.

Anna.

Eppure.

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Eppure, sarebbe già abbastanza bastarsi, ritrovare la voce più vera
quando le ombre son lunghe carezze e mani buone a risalire
su un’altra stanchezza lungo fronte.

Eppure,  restare nel suono di una sillaba sola
e, su tutti i quadranti del tempo, fermare le ore,
sciogliere, in un lento respiro,
quel pungolo che impedisce la gola,
viaggiare nel cuore su latitudini infinite.

Ma vado, nell’ alba livida e tagliente,
con condizionali d’alibi stanchi, verso cunei di resilienza ai miei repentini cambi

Se solo si alzasse un vento tale;
andrei, scaraventata
oltre gli sfaceli stagliati sui marciapiedi di mattini
appena cominciati.

Ecco: è dinuovo sera sui tetti , non meno sugli intendimenti
e ho una nuova stanchezza sulla fronte.

Eppure…

 

 

 

Sciolte implicazioni.

Sui dati delle neve precipitata si parte e non si mette in conto il disguido di una pietra, il capitombolo.

Sui dati dell’amore che,  nell'enfasi,avanza, non avevi messo in conto lei, inopportuna e intransigente.

Non svilupparle sciolte implicazioni: capelli sottili, solamente, che avresti voluto tanto, tanto carezzare.

Anna

Inenarrabile

 

Hanno portato alghe ai falò
per un barbaglio che stupisse il cielo,
confuso ceneri spente
per un fido d’alta marea; cuori spiaggiati nella conchiglia di un sogno.

In tanti ad affiorare su flutti di effusivi lirismi,
a cullarsi su tronchi uniti dai per sempre,
per non  imbattersi su scogli aguzzi di cautele.

E un dolo di desiderio traslato.

Avrei voluto dire di tutto l’amore,
di quanto e quale amore,
di un mare improbabile come la perfezione,
del solo amore che posso.

Ma una compostezza nella parola che non dico, ché l’inenarrabile è il diluvio di te che ho negli occhi.

Anna

L’indicibile.

Quando dici l’indicibile, non sono parole mai dette, ma lo spazio che lasci, per farmi stare dentro tutta, farmi a lungo di carezze contravvenendo alle mani che mancano.

Anna