Amori uncinati. Si dovrebbe saper restare per il tempo necessario; fino a quando l’abitudine non sa più bastare. Trovare il coraggio di scelte che sappiano deviare anche solo un discorso quando non vale, se non come un rimbombo, un rimbombo di tamburi lontani, lontani… Senza più disputa e una spaventosa freddezza. Trovare la forza di affacciarsi sul bordo della strada e dietro i mille travestimenti scorgere il volto vero della propria solitudine. Farsi largo, poi, fino a che non rimanga il luminoso spazio sulla strada e l’aria piena di promesse. Occorre svoltare l’angolo della dimenticanza per recuperare la memoria di sè in un’alba scalza con le vesti scarmigliate, ma il passo fermo… Fino al prossimo inciampo. Chè l’inciampo è fermarsi, mai oltre l’abitudine del restare e mai solo per curarsi le ferite di lingue sbucciate. Se non sanno più modulare quel suono che valga all’idem perso nel così sia del disicanto.

 

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Olio su tela di Apolito (l’indifferenza)

 

Per le sante aureolate
che mostrano le stigmate,
come ferite aperte
alle rinunce nel disamore
e spargono desolate preghiere
sugli altari di promesse,
sacrificando tempo e ragioni.

Per le donne che si ostinano
a bagnare infecondi semi
nel grembo muto del non amore.

E per ogni uomo
che si trascina nel sonno
ombre di desideri.

Siete il rimpasto
senza lievito,
che non riserva l’odore del pane.

E non avete più mani buone
per una carezza,
né occhi per uno sguardo di dolcezza,
nè parole in cui perdonarsi.

Neppure l’ultimo inchino
su una scena bugiarda.

Restate, comunque restate
a contarvi chiodi e ferite,
a dissetarvi le seti
con l’amaro fiele!

A queste mie mani attorte
alla sua vita
manca il gesto di una supplica,
a questi miei occhi nudi
sopravvive lo sguardo
in uno sfavillio di luce vera,
che se per altri è poco,
per me è assai più di tanto.

Anna.

Latenza. È fine e vagamente inquietante, il latente, in quanto nascosto, non ancora manifestato: può suscitare il turbamento o le speranze che si provano davanti all’ignoto, davanti ad un’incognita dormiente. Può declinarsi come una promessa attesa o un’indefinita minaccia: e questi sono i colori con cui si dipinge, quando si parla di energie latenti, di malattie latenti, di sentimenti latenti”

Latenza (ventriloqua voce)

 

 

 

Non ancor manifesto,
incognita dormiente
tra sonni ibernati di sensi mai sazi.

Dell’amicizia può far concupiscenza
a tradir l’intento.

Sogni che irrigano retroattivi deserti,
dissetano bonsai
che mai toccheranno cielo.

Alcova di oscenità non esibita
che brucia sul rogo pubico
e smaniglia appigli di pudore
con sguardi indecenti.

Inspiegabile nostalgia del non vissuto
sorriso mesto di compiaciuta malinconia.

Alchimia del seme
fra gli incandescenti riverberi del cemento
ad immaginare un fiore.

Ventriloqua voce,
ma è quì che io grido:
non roggia latente la vita, neppur così l’amore!

Anna.

Sull’extra verbale (si affacciano le infinite solitudini)

 

Sporgersi,
far capolino
per strizzare l’occhio alla noia.

Straripano parole:
accenni di vita fuori,
invettive, affanni, delusioni,
amori persi e nuovi amori…

Guazzabuglio di sentimenti:
invidia, rabbia, dolore,
amicizia, ardore…..

Improvvisi stati d’animo:
struggenti  malinconie, amplificate gioie,
esacerbati dolori e imperanti nostalgie….

Forza!

E chi più ne ha più ne metta!

Rimpinguiamo la home
che non è casa,
non è l’abbraccio di chi torna
o la mano che disegna nell’aria
un addio,
nè una porta sbattuta in faccia
o una tavola vuota.

Vanno su spazi sterminati
le infinite solitudini.

Si affacciano sull’extra verbale
di smile esilaranti,
di emoticon rattristanti.

Per le mani che mancano a sfiorarci,
per le braccia vuote,
per le parole senza voce
e gli occhi solo ad immaginare.

Ostentate interiezioni,
afone anomatopee che lasciano soli…

Click!

A domani per fingerci ancora.

Anna

Sei (A lucio) Lasciai di Giugno_ su binari roventi, l’estate ferma. ( 25 giugno : era di sabato. Quattro giorni dopo…..) Ma sai tornarmi là dove ti penso.

 

Sei nel ricordo dell’ultima tua voce,
nelle parole che leggo,
mentre conversano di promesse
lungo un verbo rimasto appeso
all’estremo tuo respiro.

Sei in tutto ciò che ho immaginato compiersi:
nell’accanto del giorno dopo giorno,
nelle intenzioni che non si esauriscono
nel fiato spento.

Sei negli occhi, mentre mi sorridi,
mentre mi guardi, mentre mi baci i silenzi;
così: a dirci tanto, il tutto di noi,
a coglierci sulle labbra unite
d’abbandoni.

Sei nel prima che il treno fischiasse
l’esatta partenza
e chiudesse le porte sul nostro domani.

Sei la carezza che mi torna
se, in questa feroce estate d’arsura e seti,
s’alza un alito e mi sfiora.

Ora che il ricordo ti ricama un volto di luce
e il silenzio, nella pelle sola, mi ricuce,
ora che una nostalgia abbottona notti
a giorni senza te,
sei dove mi ritorni, dove nascono le parole
e se le scrivo mi rimani.

Per un ascolto altro,
oltre l’inchiostro, oltre queste mani
che non ti avranno più, ma ti sanno.

Anna .

A Lorella il mio grazie

Del desiderio (dico) «Perché siamo desiderio e questo nostro spingerci oltre mai paghi e nessuna stella a sfiorarci il viso. Pensate che desiderio deriva da De- sidera (mancanza di stelle) E quando mai riusciremo a tenerne una tra le mani? Consideriamo nostro solo ciò che possiamo toccare, ma delle stelle un’eterna mancanza, sempre!»

 

 

Del lento mulinare
di foglie accartocciate
nel freddo inverno
e un nido di sogni

Del passo perduto
lungo la falesia
e sulle pareti a picco
un desiderio d’acqua

Del giardino incolto
una piccola rosa rossa
e una spina di dolore

Di un’ombra di malinconia
china sul ricordo di ogni perdita
e un cercare vita altrove

Di quel filo immortale
che inanella ebbrezza
nella breve musica che avvolge

Di quel respiro ultimo
e una fame ancora di vita,
dico

E poi: dei relitti del vasto sfacelo
di un istante soltanto.

Anna.

Possibili e plausibili futuri.

 

Ché non è mai abbastanza sciacquare i risvegli
per far cadere le occhiaie dentro il lavandino.

Si riparte sempre così la mattina:
con l’inventario di ciò che si è salvato
e nessuna stella in mano.

E subito a tramandarci momentanei
in infinitesimi futuri,
in quel viavai fra i muri.

-Intanto apro il frigo, così mi riempio gli occhi
di quel che manca;
lo renderò docile sulla tovaglia
quel poco rimasto. –

la vita è questo:
addomesticare la veduta
oltre lo sfacelo,
per tutti i possibili, plausibili futuri.

Anna.

 

Scintilla.

 

C’è quando la parola si smemora
e senza appigli si sfinisce
d’abbandono.

Poi…

Inaspettata arriva una voce ;
bianca matrice sul bianco
che attende l’inchiostro.

A voler glissare
sull’asse di frutti incolti
per altro florifero gambo
sguai (n) ato nella luce feconda.

Anna

Fino alla scommessa del dire

 

18-0

In questa smisurata landa
brughi di altezze minime,
quanto basta allo sporgersi
appena oltre il gelo,
in convito d’Erica,
ma in tetrameri, le parole.

Quelle plausibili, almeno,
che rinfranchino
per il sempre verde
e il non caduco aghiforme
a spillare il senso.

Tagli che affettano il silenzio
in ipotesi di agnizioni,
sempre in ritardo sul dolore

Antinomie alfabetiche
in pretesa di ragioni,
riverberi di fonemi
imbrigliati dentro una rima.

Io amo quella voce sobria
che nasce dal basso,
non concrezione, ma fermento
e sale lungo steli d’esistenza
con sempre nuove deroghe
su vibranti sinapsi e percezioni
fino alla scommessa del dire.

Nella muta sterpaglia
nominare ciò che diventa visione,
dove un fiore, dove il sole
dove ogni cosa si tramuta
perché la dico altro.

Per una commozione che sale
per un fiato che spinge sconosciuto
e la parola viva nella bocca.
fino al balzo fuori
a farsi voce.

Anna.

Incorrotte memorie. Quanti luoghi diroccati dentro e quanti giorni perduti, ma ci sono luoghi rimasti intatti sopra un mare luminoso di memorie. Qualche volta è già abbastanza il ricordare pur sapendo che nulla potremo più toccare con le mani d’un tempo, solo accarezzare il ricordo e in un lungo richiamo di nostalgia rivivere i mille sogni di allora.

 

 

 

Recuperare il tempo
lo può solo
la clemenza del ricordo,
ma se squaderno giorni
su pagine ingiallite
è una porta che s’apre
sull’infanzia.

Balbuzie antica,
disfluenze per la voce arresa
senza un discorso,
tornano.

La mia voce bambina,
una dolorosAfasia
e l’orecchio teso al diverbio adulto,
con l’anima tremante.

Pettinavo la mia bambola
muta
e mi scioglievo nodi
di mancate premure.

Figlia che mi cresceva
al senso di madre,
figlia che amorevolmente stringevo
e poi adagiavo, piano,
su una culla di stracci di speranza,
calda di sogni e pieghe di tristezze custodite
e segrete.

Potessi predispormi ancora a quelle attese,
ma è una parte di vita che s’apre
e subito si congeda
nel tempo di un piccolo, calmo gesto
a richiudere fogli
d’incorrotte memorie.

Anna.